Una tecnologia d’eccellenza trasformata, secondo molti osservatori, in simbolo di una spesa sanitaria fuori controllo.
In Puglia la diffusione dei robot chirurgici «Da Vinci» solleva interrogativi sempre più pressanti sull’efficacia della programmazione e sull’equilibrio tra innovazione e sostenibilità economica.
Sono almeno sedici i sistemi attualmente presenti tra strutture pubbliche e private accreditate. Un numero significativo, soprattutto, se rapportato al fabbisogno reale e alla distribuzione territoriale dei servizi. Ogni robot comporta un investimento iniziale che può superare i due milioni di euro, ma il costo complessivo – tra manutenzione e materiali – può arrivare e superare i cinque milioni. Una cifra che, moltiplicata per l’intero parco macchine, rappresenta una voce pesantissima nei conti della sanità regionale. Il punto critico non è tanto l’adozione della tecnologia, quanto le modalità con cui è avvenuta.
In assenza di una pianificazione organica, le acquisizioni si sono spesso concentrate in aree già dotate di strutture avanzate, lasciando scoperte altre zone o creando duplicazioni difficilmente giustificabili. È il caso, ad esempio, della presenza di più sistemi nell’area di Bari, tra Policlinico e istituti di ricerca, mentre nuove installazioni continuano a essere autorizzate anche in territori limitrofi. Emblematico è l’ultimo caso dell’ospedale «Valle d’Itria» di Martina Franca, dove è entrato in funzione, da pochi giorni, un nuovo robot «Da Vinci».
Una scelta che ha sollevato perplessità, considerando la presenza di un sistema analogo già operativo nella provincia di Taranto. Due macchine costose, a pochi chilometri di distanza, in un contesto in cui altre priorità sanitarie restano irrisolte. I sostenitori di queste scelte parlano di progresso, di attrattività e di qualità delle cure. Ed è innegabile che la chirurgia robotica offra vantaggi concreti: minore invasività, tempi di recupero più rapidi, maggiore precisione. Tuttavia, questi benefici devono essere bilanciati con una gestione razionale delle risorse.
Un robot sottoutilizzato o duplicato rischia di diventare un lusso insostenibile. Il nodo centrale resta l’assenza di una visione strategica. La distribuzione delle tecnologie dovrebbe seguire criteri basati su volumi di attività, bacini di utenza e integrazione tra strutture. Invece, la sensazione diffusa è quella di una rincorsa a dotarsi dell’ultima innovazione, più per ragioni di immagine che per reali necessità cliniche. A tutto questo si aggiunge il peso dei costi ricorrenti.
Ogni intervento comporta l’utilizzo di strumenti monouso dal costo elevato, mentre la manutenzione annuale richiede investimenti continui. Risorse che potrebbero essere destinate al personale, alle liste d’attesa o ai servizi territoriali, spesso in affanno. La questione, dunque, non è tecnologica ma politica e gestionale. Investire in innovazione è fondamentale, ma senza una regia chiara si rischia di compromettere l’equilibrio complessivo del sistema sanitario.
In un momento in cui si parla di razionalizzazione della spesa e di sostenibilità, il caso dei robot chirurgici in Puglia diventa emblematico: una fotografia di come anche le eccellenze possano trasformarsi in criticità, se prive di una visione d’insieme.










