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Tra giovani, territori e cittadinanza attiva: l’omaggio della Puglia a Guglielmo Minervini

Il Consiglio regionale e la Cittadella degli Artisti di Molfetta ricordano l’ex assessore che trasformò il rapporto con le comunità

Tra giovani, territori e cittadinanza attiva: l’omaggio della Puglia a Guglielmo Minervini

A dieci anni dalla scomparsa di Guglielmo Minervini, due iniziative in programma oggi per ricordarlo sembrano restituire le due dimensioni lungo le quali si è sviluppata la sua esperienza: l’istituzione e il territorio, la responsabilità del governo e l’energia delle comunità. A Bari, con «Generare futuro – L’eredità di Guglielmo Minervini», il Consiglio regionale riunirà stamattina alle 12 rappresentanti delle istituzioni e del mondo sociale per riflettere sull’attualità del suo pensiero. Interverranno il presidente del Consiglio Toni Matarrelli, il presidente della Regione Antonio Decaro, Felice Spaccavento, Manuel Minervini, don Riccardo Agresti e Maria Turtur, vedova di Minervini e oggi presidente dell’associazione a lui intitolata.

A Molfetta, invece, stasera dalle 19, nella Cittadella degli Artisti, spazio nato per accogliere creatività, formazione e partecipazione, la stessa Associazione Guglielmo Minervini proporrà «Ché dell’amore non si butta niente», una serata di testimonianze e linguaggi artistici durante la quale sarà annunciato il buon esito della procedura per intitolare proprio a Minervini la Cittadella degli Artisti. La scelta del luogo contiene già una parte del racconto. La Cittadella è uno dei Laboratori Urbani realizzati nell’ambito di Bollenti Spiriti, il programma regionale che più di ogni altro ha legato il nome di Minervini a una diversa idea delle politiche giovanili.

Prima della politica

Nato a Molfetta nel 1961, insegnante di informatica, Minervini arrivò alle istituzioni dopo una lunga formazione maturata nello scoutismo, nell’impegno per la pace e nella vicinanza a don Tonino Bello. Collaborò con Pax Christi e fondò la Casa per la Pace, mentre l’esperienza editoriale della Meridiana gli consentì di intrecciare riflessione culturale, educazione e intervento sociale. Fu sindaco di Molfetta dal 1994 al 2001. Dal 2005 entrò nel Consiglio regionale e, nelle Giunte guidate da Nichi Vendola, ricoprì prima le deleghe al personale, alla trasparenza, alle politiche giovanili e allo sport, poi quelle alle infrastrutture e ai trasporti. Negli ultimi mesi della sua vita fu presidente del gruppo Noi a sinistra per la Puglia.

Non furono però gli incarichi o le deleghe a tenere insieme le diverse stagioni della sua vita. Il filo conduttore fu l’idea che il compito della politica non consistesse nell’occupare ogni spazio, ma nel creare le condizioni perché cittadini, gruppi informali e comunità potessero assumersi una parte della responsabilità pubblica. Maria Turtur riconduce quel metodo anche alla formazione scoutistica: lo zaino, la strada aperta, l’impossibilità di conoscere in anticipo l’esito del cammino. Soprattutto, la consapevolezza che, «la strada percorsa da soli non porta da nessuna parte» e che il mondo va lasciato migliore di come lo si è trovato, ma senza eroismi individuali.

Tutti i giovani sono risorse

Bollenti Spiriti fu istituito dalla Regione Puglia nel 2005 partendo da un rovesciamento lessicale e politico: i giovani non erano un’emergenza da assistere né una categoria in attesa di diventare adulta, ma una risorsa del presente. Le linee regionali del programma puntavano sulla partecipazione delle nuove generazioni alla vita sociale, economica e culturale e sulla valorizzazione delle loro capacità progettuali. Da quella impostazione nacquero i Laboratori Urbani, destinati a trasformare edifici pubblici inutilizzati in luoghi per la creatività, la formazione e l’iniziativa sociale. L’innovazione non stava soltanto nel recupero degli immobili. La scommessa consisteva nel consegnare quei contenitori a comunità capaci di abitarli, costruire servizi e stabilire legami con i territori.

Accanto agli spazi vennero le idee. Con Principi Attivi la Regione finanziava progetti presentati da gruppi informali di giovani, prima ancora che questi possedessero una struttura imprenditoriale consolidata. Nelle edizioni del 2008 e del 2010 parteciparono complessivamente circa diecimila giovani, con oltre 3.700 candidature e 611 progetti finanziati. Il primo bando contribuì alla nascita di 114 imprese, 20 cooperative e 287 associazioni giovanili. Era una forma di fiducia amministrativa: valutare la qualità di un’intuizione e il suo possibile impatto, senza riservare le risorse soltanto a chi disponeva già di garanzie, capitale e competenze burocratiche. Nel piano successivo, intitolato significativamente «Tutti i giovani sono una risorsa», Bollenti Spiriti riunì Laboratori Urbani, Principi Attivi, iniziative per la legalità e sperimentazioni sostenute dai fondi europei.

La politica, processo aperto

Minervini estese lo stesso metodo alla trasparenza, alla cittadinanza attiva e alla legalità. Nel suo lavoro la partecipazione non era la consultazione convocata quando le decisioni erano già state assunte, ma il tentativo di rendere l’amministrazione permeabile ai saperi e alle esperienze esterne. Anche le iniziative contro le mafie venivano inserite in un disegno educativo e comunitario: nel programma Bollenti Spiriti la legalità divenne un «cantiere», collegato a percorsi culturali, musicali e sociali. Negli ultimi anni Minervini raccolse queste esperienze nell’espressione «politica generativa»: una politica che non si limita a distribuire risorse, ma mette in relazione persone, rende visibili energie sommerse e produce altra iniziativa civica. Non un arretramento delle istituzioni, dunque, ma un diverso esercizio della loro forza.

È anche il terreno sul quale l’Associazione che porta il suo nome intende misurarsi nel prossimo decennio. Dopo avere attraversato la Puglia alla ricerca di Laboratori Urbani, imprese, comunità e progetti rimasti vivi o divenuti invisibili, l’obiettivo è ora costruire una scuola itinerante di politica generativa. Turtur la immagina multidisciplinare, organizzata nei territori e priva di una cattedra dalla quale impartire una dottrina. «I giovani ci chiedono la grammatica del nuovo tempo», spiega: quella della pace, della sostenibilità ambientale e della solidarietà. Non una scuola per formare nuovi professionisti del potere, ma per fare emergere altri protagonisti e nuovi intellettuali, senza che la funzione intellettuale diventi una posizione di privilegio.

È forse questa la domanda che i due appuntamenti di oggi consegnano alla Puglia: se l’eredità di Minervini debba essere custodita come il ricordo di una stagione irripetibile oppure utilizzata come un metodo ancora aperto.