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Pietro Senaldi: «Meloni leader due volte: non solo del centrodestra, ma pure delle opposizioni» – L’INTERVISTA

La festa di Bari ha segnato il momento in cui Meloni prova a ricompattare il suo elettorato e la classe dirigente di Fratelli d’Italia

Pietro Senaldi: «Meloni leader due volte: non solo del centrodestra, ma pure delle opposizioni» – L’INTERVISTA

Un record, certo. Ma soprattutto l’inizio di una partita molto più lunga. Per Pietro Senaldi, condirettore di Libero, la festa di Bari ha segnato il momento in cui Giorgia Meloni prova a ricompattare non soltanto il suo elettorato, ma anche la classe dirigente di Fratelli d’Italia in vista della prossima sfida elettorale.

Direttore, che significato ha avuto la giornata barese?

«Secondo me è una giornata un po’ storica per l’Italia, perché per la prima volta viene abbattuto un record di durata. Ma è anche una giornata in cui Meloni rincuora la sua gente. Oltre alla festa del governo, è una festa di Fratelli d’Italia. E credo che preparerà non soltanto il suo popolo, ma anche la sua classe dirigente a una lunghissima e difficile campagna elettorale».

Perché difficile?

«Perché nessuno è mai stato riconfermato durante la Seconda Repubblica. C’è bisogno di caricare la classe dirigente per tentare di vincere ancora».

Oggi il vero punto di forza del centrodestra è la leadership di Meloni o la debolezza dell’opposizione?

«Credo che il punto di forza sia la leadership di Meloni. Ma, se vogliamo dirla in maniera un po’ provocatoria, la leadership di Meloni è anche il punto di forza dell’opposizione. È un personaggio politico che si è ritagliato un ruolo talmente importante da polarizzare l’opposizione contro di lei. Per assurdo è sia il leader del governo sia il leader dell’opposizione».

C’è un terreno sul quale il centrodestra rischia di deludere il proprio elettorato?

«L’Italia è un Paese molto difficile da governare e non è stato ereditato nelle migliori condizioni. In tutti i Paesi, dalla Francia alla Spagna fino alla Germania, ci sono fasce della popolazione scontente. Quello che mi colpisce è che, in realtà, non siano tanto il ceto medio o il ceto basso a essere scontenti di Meloni. I suoi veri rivali sono nel ceto alto, che ha sempre avuto altri riferimenti politici».

Qual è il tema che il governo dovrebbe affrontare con maggiore urgenza?

«Credo che tutto dipenda dall’economia. Se l’Italia aumenta il Pil, poi ha più soldi da spendere e investire nella sanità, nella sicurezza, nei treni, nelle infrastrutture. Noi ci occupiamo spesso di questi elementi come se fossero prioritari, ma in realtà sono la conseguenza di un’economia che funziona. La struttura del Paese c’è: servono i soldi per alimentarla».

Quanto hanno pesato le crisi internazionali?

«Molto. L’avventura internazionale è stata complicata: due guerre, il petrolio, la necessità di cambiare completamente i nostri referenti energetici. Non credo che questo governo ne porti la colpa, però certamente ne paga le conseguenze».

Nel centrosinistra vede oggi una figura in grado di mettere in difficoltà Meloni?

«Elly Schlein è più debole di Meloni come leader. Conte ha già fatto il premier: per lui può sembrare un vantaggio, per me è uno svantaggio, avendolo già visto all’opera. Però certamente sono due leadership. Sarà probabilmente uno dei due a contendere Palazzo Chigi a Meloni. Sarebbe quasi squalificante sia per il Pd sia per i Cinque Stelle se alla fine fosse un terzo».

Vedrebbe Decaro come possibile riferimento del centrosinistra?

«Lo so che siamo a Bari, però non si può neanche cambiare lavoro ogni dieci minuti: sarebbe il quarto incarico in due anni. Direi che non sarebbe un buon viatico, perché se ogni sei mesi cambia lavoro, se diventa presidente del Consiglio ne durerà sette».
Un errore che il centrodestra non può permettersi da qui alla fine della legislatura?
«Contare troppo sulla debolezza dell’avversario. Devi essere forte tu».