La questione delle Rsa in Puglia è una vicenda particolarmente complessa e sulla quale è in atto un’indagine giudiziaria. Antonio Perruggini è un esperto del settore ed è presidente dell’associazione di categoria «Welfare a Levante».
Qual è la situazione generale in cui versano le Rsa pugliesi?
«Il settore socio sanitario in Puglia paga uno scotto temporale è una responsabilità politica che dura dal 2007 ovvero da quando la Giunta Vendola approvò il primo Regolamento sulle RSSA (oggi RSA) ma senza stabilire fabbisogni territoriali e finanziari. Questo vulnus ha favorito il proliferarsi di strutture in ogni luogo della Puglia. È stato come lasciare aperta la possibilità di edificare ovunque pur in presenza di un piano regolatore senza regole. Quindi è venuto che in tanti hanno realizzato le strutture chiedendo poi l’accreditamento e l’accordo contrattuale. Quando tutte le procedure nel tempo sono arrivate alla «cassa», senza alcuna procedura di evidenza pubblica, tranne in pochissimi casi, il sistema è andato in crisi e le Asl della Puglia hanno fatto fronte a queste situazioni mediante il proprio bilancio autonomo per poi ripercuotersi sul bilancio regionale».
E quale sarebbe il primo rimedio, seppur tardivo, ma efficace?
«Quando la politica regionale si è resa conto, con un fortissimo ritardo, della vacanza di regolamentazione del sistema e della necessità di pianificare finanziariamente il settore delle RSSA abolendo questo acronimo e trasformandolo in RSA, ha approvato la legge n. 9 del 2017 e i Regolamenti attuativi del 2019 ma condizionando l’accesso al sistema di accreditamento a tutta una serie di farraginosi adempimenti costati lacrime e sangue alle strutture che si sono ritrovate obbligate a dover affrontare ingenti investimenti per adeguarsi ai requisiti di personale e attrezzature».
Ma sulla vicenda ha inciso il periodo Covid e il fenomeno della fuga degli infermieri?
ù«I primi provvedimenti di accreditamento sono arrivati solo nel 2022 anche perché vi è stato il periodo della pandemia e soprattutto l’improvviso fenomeno, fino ad allora inesistente, del reclutamento in massa degli infermieri professionali che di conseguenza lasciavano le RSA. È stato un altro periodo drammatico ove ci siamo sentiti abbandonati senza che la Regione pensasse al fondamentale funzione dell’infermiere professionale che anche nelle RSA protegge la parte più fragile della popolazione, per non parlare delle mascherine e dei sanificanti pagati a peso d’oro. Ecco perché nel mio animo ho sempre provato un senso di legittima ribellione civile e denunciata in ogni dove ma nessuno mi ha mai chiesto se fossi pazzo o se qualcuno avesse dovuto rispondere di quanto avveniva».
Secondo lei la rinuncia alla digitalizzazione è stata una follia?
«La Regione ha sorprendentemente rinunciato alla digitalizzazione del sistema che era pure in vigore per le RSSA ed è ancora attivo per le strutture sociali. Questo è stato un errore clamoroso che ha creato una dilatazione dei tempi pazzesca. Si immagini cosa è significato raccogliere centinaia di atti per ogni struttura e moltiplicarli per oltre 400 strutture della Puglia. Un delirio per me scientifico, voluto dalla politica e non dai tecnici è bene specificarlo, perché il Governo regionale sapeva da allora che non poteva riconoscere finanziariamente il fabbisogno stabilito e quindi l’allungamento dei tempi per le riconversioni sono stati strategici per rinviare gli accordi contrattuali delle Asl. Con la digitalizzazione si sarebbe risolto tutto in qualche mese al massimo».










