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Robot Da Vinci, in Puglia un vuoto da 11 milioni: occorrono 4mila interventi l’anno per sostenere l’investimento

Tecnologia d’eccellenza, ma conti che non tornano. È il paradosso della chirurgia robotica in Puglia, dove il sistema da Vinci Surgical System rappresenta una frontiera avanzata della medicina ma, numeri alla mano, rischia di trasformarsi in un peso per i bilanci pubblici. Non esiste una soglia valida in assoluto, ma studi di Health Technology Assessment indicano parametri chiari: per rendere sostenibile l’investimento – tra acquisto, manutenzione e materiali – servono almeno 250 interventi l’anno per singola macchina. La piena efficienza si raggiunge però tra i 300 e i 500 interventi, livelli che consentono di ammortizzare i costi e garantire continuità clinica e organizzativa.

In Puglia, però, il quadro appare lontano da questi standard. Secondo una stima realistica, i sedici robot presenti sul territorio regionale effettuano complessivamente circa 1.500 interventi l’anno. Un numero ben al di sotto della soglia minima necessaria: per giustificare l’investimento complessivo, si dovrebbe arrivare ad almeno 4.000 procedure annue. Il risultato è un deficit di utilizzo di circa 2.500 interventi ogni anno.

Un gap che non è solo tecnico, ma soprattutto economico. Il sistema sanitario nazionale rimborsa gli interventi attraverso i DRG, con una media di circa 4.553 euro per prestazione. Tradotto: il mancato utilizzo a regime delle apparecchiature comporta un «vuoto» economico che supera gli 11 milioni di euro annui.

Risorse potenziali che non entrano nel circuito sanitario regionale e che incidono direttamente sulla sostenibilità dell’intero sistema. Il nodo non è la qualità della tecnologia, né la sua utilità clinica, ormai consolidata in ambiti come urologia, ginecologia e chirurgia generale. Il problema è l’organizzazione: sale operatorie non sempre dedicate, carenza di personale formato, distribuzione non ottimale delle apparecchiature e programmazione insufficiente dei volumi.

Il rischio concreto è quello di aver investito in innovazione senza costruire attorno un modello capace di sostenerla. Una scelta che, in un sistema sanitario già sotto pressione, solleva interrogativi sulla gestione delle risorse pubbliche e sulle priorità strategiche. Perché la chirurgia robotica può essere un valore aggiunto, ma solo se utilizzata a pieno regime. Diversamente, resta una promessa costosa, sospesa tra eccellenza dichiarata e inefficienza reale.

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