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Puglia, pronta una manovra da 369 milioni da presentare al Ministero tra tagli, prelievi e tasse

Ore decisive per i conti della sanità pugliese. Alla vigilia della consegna del piano di rientro ai ministeri dell’Economia e della Salute, la Regione accelera per chiudere una manovra da 369 milioni di euro. Una corsa contro il tempo che si gioca tutta tra tagli, prelievi di bilancio e, soprattutto, aumento delle tasse. Sullo sfondo,…
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Ore decisive per i conti della sanità pugliese. Alla vigilia della consegna del piano di rientro ai ministeri dell’Economia e della Salute, la Regione accelera per chiudere una manovra da 369 milioni di euro. Una corsa contro il tempo che si gioca tutta tra tagli, prelievi di bilancio e, soprattutto, aumento delle tasse. Sullo sfondo, però, si allunga già l’ombra del 2027, con il rischio di un disavanzo ancora più pesante. In prima linea l’assessore alla sanità Donato Pentassuglia, che non nasconde la preoccupazione: i costi continuano a salire e l’impatto sui conti futuri resta un’incognita.

«Una situazione delicata – ha spiegato – comune a molte regioni, aggravata da inflazione, rincari energetici e da un riparto del fondo sanitario nazionale ritenuto inadeguato». Tradotto: senza un intervento da Roma, il sistema rischia di non reggere. Ma intanto la Puglia deve fare da sola. E lo schema della manovra è ormai delineato.

I numeri

Una quota tra i 120 e i 140 milioni arriverà dal bilancio autonomo regionale, attraverso tagli e recupero di risorse. Il resto, circa 220 milioni, dovrà essere coperto con l’aumento dell’addizionale Irpef. È qui che si gioca la partita più delicata, politica prima ancora che contabile. La linea della giunta guidata da Antonio Decaro punta a evitare l’impatto sui redditi più bassi. L’ipotesi sul tavolo è quella di lasciare indenni i primi due scaglioni e concentrare il prelievo sulle fasce medio-alte, sopra i 28mila euro.

Ma i numeri raccontano un’altra storia: un aumento dello 0,5% garantirebbe poco più di 50 milioni, troppo pochi per colmare il gap. Per arrivare a quota 220 milioni servirebbe almeno raddoppiare l’intervento, con incrementi vicini all’1,5 o addirittura al 2% sui redditi interessati. Una scelta che rischia di trasformarsi in una stangata sul ceto medio. Per un reddito da 40mila euro l’aggravio potrebbe superare i 200 euro annui, mentre per i redditi più alti si arriverebbe a cifre ben più consistenti. Un equilibrio complicato: da un lato la necessità di fare cassa, dall’altro la tenuta sociale e politica di una manovra che colpisce la fascia produttiva.

Nel frattempo, la task force regionale continua a raschiare il barile. Tagli alla spesa, revisione dei costi, utilizzo degli avanzi: ogni voce viene passata al setaccio. Nel mirino finiscono anche i costi della politica, in un tentativo di dare un segnale simbolico. Ma i margini sono stretti, anche perché il governo centrale ha chiuso il rubinetto delle cosiddette economie vincolate, che negli anni passati avevano consentito di coprire fino a 150 milioni di disavanzi sanitari. Il risultato è una manovra tutta in salita, che certifica la difficoltà strutturale del sistema sanitario regionale. E mentre si prova a tappare la falla del 2025, già si intravede quella del 2027. Un doppio fronte che rende la sfida ancora più complessa e che riporta al centro del dibattito il nodo politico: chi paga davvero il conto della sanità pugliese.

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