Con Luigi Lobuono proviamo a fare qualche valutazione a qualche giorno di distanza dalla fine della competizione elettorale.
Partiamo dal suo risultato?
«Provo ad allargare lo sguardo: ho raggiunto lo stesso risultato che ha avuto il candidato del centrodestra Edmondo Cirielli in Campania, un politico molto conosciuto nella sua regione, che è anche un viceministro in carica e che ha avuto contro un candidato come Fico che certamente non ha la forza elettorale paragonabile a quella che ha Decaro, con le sue 500 mila preferenze soltanto un anno fa. In trenta giorni di campagna elettorale, ho raggiunto la sua stessa percentuale, e in condizioni molto più difficili, senza nulla togliere a Cirielli, per carità. Se pensiamo che ho fatto questo in un mese e, negli ultimi giorni, dai sondaggi che avevamo, guadagnavo un punto al giorno, la valutazione da fare è semplice».
Quale?
«Quando vai a scontrarti con un governo che sta lì da vent’anni, non puoi pensare di scardinarlo in trenta giorni, non ci riuscirebbe neanche un Bill Gates. Non dovevamo far dipendere dai tempi di Roma la scelta del candidato al governo di una regione. Roma può dare un input, ma bisogna partire dal territorio, è la gente che deve decidere da chi vuole essere governata. Quindi, in questo caso, avrebbero dovuto essere i dirigenti locali a decidere, otto o nove mesi fa, sedendosi intorno a un tavolo, e alzandosi dopo aver scelto il nome, o una rosa di nomi, qualunque fossero. Non si doveva aspettare che Roma decidesse sulla Puglia dopo il Veneto e altre regioni. Si doveva andare a Roma, proponendo due o tre soluzioni, e partire subito, soprattutto per una realtà come questa che viene governata da vent’anni dalla stessa parte politica».
Come intendete ripartire? Giuseppe Tatarella su questo giornale ieri lanciava la proposta di un’assemblea del centrodestra aperta a tutti.
«Ho letto l’articolo di Tatarella e sono d’accordo, ci vorrebbe un coordinamento attorno al quale sedersi e cercare di capire come ripartire, da dove ripartire, cosa fare, per ripensare questo rapporto con Roma, da una parte, e con gli elettori pugliesi di centrodestra, dall’altro. Il nostro elettorato moderato è molto presente in Puglia, ma prima di tutto bisogna affrontare il problema dell’astensionismo. Il 60% di non votanti è un dato molto, molto allarmante, anche per quella che, un domani, può essere la tenuta democratica del Paese. Mi spiego meglio. Dalla scorsa tornata elettorale abbiamo perso il 15% di elettori. Se tanto mi dà tanto, e mettiamo che fra cinque anni perdiamo un altro 15%, e nei successivi cinque ne perdiamo un altro 15%, alla fine andrà a votare il 10% degli aventi diritto. Questo trend può diventare seriamente preoccupante, cosa che secondo me molti cittadini stanno sottovalutando».
Che fare?
«Io credo che la colpa sia principalmente della politica e poi anche degli elettori che sono molto, molto delusi e disillusi dell’andamento delle cose. Ho sentito un’intervista in una tv locale dove una cittadina dichiarava di non andare a votare come forma di protesta. Io penso che non sia questo il modo di fare una protesta. La protesta è, al contrario, proprio andare a votare, e votare contro quelli che ti hanno deluso. Se siamo soddisfatti di un governo, lo confermiamo con il voto, altrimenti il voto ad un’altra parta politica è il solo modo per garantire un rinnovamento e un’alternanza, che è la base di una democrazia che funziona e che fa cambiare le cose. Non andare a votare non cambia assolutamente nulla, perché un politico governa anche se fossero soltanto mille le persone che si recano a votare. Ma questa sarebbe la situazione peggiore di tutte».









