Valentino Gennarini, 94 anni, decano degli agenti marittimi tarantini e personaggio illustre della città è presidente onorario dell’associazione partigiani provinciale. È stato giovanissima staffetta partigiana, ma «non ho mai impugnato le armi», tiene a precisare. In questi giorni il suo pensiero torna a 80 anni fa, ai bombardamenti alleati su Taranto e Genova, e a quando, nella primavera del ’44, per un colpo di fortuna scampò ai colpi di mortaio che uccisero una pattuglia partigiana sulle colline della val Fontanabuona.
«La notte dell’11 novembre del 1943 gli inglesi bombardarono la rada di Taranto. Mio padre disse che per via della presenza della flotta la nostra città era troppo pericolosa e andammo a Genova, dove vivevano due mie sorelle, i cui mariti erano in guerra, uno in Iugoslavia e l’altro in Africa», ricorda. A Genova però le cose non andarono meglio. Ci furono bombardamenti alleati e la casa fu sfiorata da sei spezzoni incendiari. Così la famiglia Gennarini si spostò ancora, questa volta a Favale di Malvaro, un paesino di poche centinaia di abitanti a circa 60 chilometri da Genova. «Dormivamo in una stanza io e mia mamma. La notte venivano i tedeschi a controllare e lei mi diceva di farmi piccolo piccolo perché avevo avuto uno sviluppo precoce e sembravo più grande della mia età e lei temeva che mi portassero via». Gennarini era un ragazzo e decise di dare una mano ai partigiani della brigata Garibaldi che vivevano sulle colline circostanti. Così lui e altri ragazzi a ora di pranzo portavano acqua e viveri ai nascondigli dei combattenti, convinti di passare inosservati ai tedeschi.
«Mia mamma non lo sapeva. Soltanto alcuni mesi prima, alla vigilia di Natale, aveva perso un figlio in guerra, mio fratello di 21 anni. A lei dicevo che andavo a raccogliere castagne nel bosco. Un giorno – racconta con voce ancora tremante – ero con un mio amico che faceva il barbiere a Gioia del Colle. Quando stavamo per incamminarci ai piedi della collina sentimmo dei forti colpi di mortaio e facemmo in tempo a ripararci. Finiti i colpi corremmo sulla collina ma la pattuglia di partigiani era stata spazzata via. Tutti morti. Ricordo come fosse ieri quel momento perché non avevo mai visto un cadavere e la posizione dei corpi mi colpì molto. Il destino ci graziò. Se solo ci fossimo mossi qualche minuto prima saremmo stati uccisi anche noi».










