Quarantamila dipendenti in organico, molti meno realmente disponibili nelle corsie, nei pronto soccorso e sulle ambulanze. La sanità pugliese scopre che la carenza di personale non dipende soltanto dai posti rimasti vacanti: a ridurre gli effettivi c’è una massa crescente di limitazioni, prescrizioni e inidoneità. Tutte formalmente certificate, non tutte necessariamente al riparo da anomalie. Il caso simbolo è quello di un soccorritore in servizio su un’ambulanza che può sollevare al massimo otto chili. In pratica potrebbe prendere in braccio soltanto un neonato di sette o otto mesi; per tutti gli altri pazienti devono intervenire i colleghi. È uno degli episodi più clamorosi emersi dalla ricognizione avviata dalla Regione Puglia sul personale sanitario.
Un’indagine destinata a misurare la distanza tra gli organici ufficiali e la forza lavoro realmente utilizzabile. Un esercito dentro l’esercito composto da beneficiari della legge 104, operatori esonerati dai turni notturni o dalla reperibilità, dipendenti che non possono movimentare pazienti, sollevare pesi, soggiornare in determinati ambienti o svolgere specifiche mansioni sulla base di certificazioni mediche. Tutele previste dalle norme e, nella stragrande maggioranza dei casi, pienamente giustificate. Ma quando limitazioni e inidoneità raggiungono percentuali troppo elevate, la macchina sanitaria rischia di incepparsi. I turni diventano difficili da comporre, i carichi di lavoro ricadono sempre sugli stessi operatori e le carenze risultano ancora più gravi di quanto raccontino le dotazioni organiche.
L’azione
Per questo l’assessorato regionale alla Salute, guidato da Donato Pentassuglia, ha chiesto ad Asl, aziende ospedaliere e istituti di ricerca un censimento dettagliato. Entro la fine di settembre dovranno comunicare quanti dipendenti lavorano senza limitazioni, quanti beneficiano della legge 104, quanti sono sottoposti a prescrizioni e quali mansioni non possono svolgere. Una fotografia reparto per reparto, necessaria per distinguere le situazioni legittime dalle anomalie e verificare eventuali abusi. I precedenti accendono più di un allarme. Alcuni anni fa l’incidenza della legge 104 tra gli operatori sanitari pugliesi avrebbe raggiunto il 30 per cento: circa 11mila lavoratori su 37mila, praticamente uno ogni tre.
Oggi il quadro potrebbe essere persino peggiorato. Secondo le prime informazioni raccolte dalla Regione, in un grande ospedale pugliese la quota complessiva di personale sottoposto a tutele o limitazioni arriverebbe addirittura al 50 per cento. «I dati che stanno emergendo sono incredibili», conferma Pentassuglia, citando proprio il soccorritore autorizzato a sollevare non più di otto chili. La linea dell’assessore è netta: nessuna caccia ai lavoratori fragili, ma neppure zone franche per chi dovesse utilizzare impropriamente certificazioni e benefici. L’operazione verità precederà la riorganizzazione della sanità pugliese e la programmazione delle nuove assunzioni. Prima di chiedere altri uomini e altre risorse, la Regione vuole sapere quanti dei 40mila dipendenti siano davvero impiegabili. Perché essere presenti nell’organico non significa necessariamente esserlo anche in corsia.
