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Nevo e il Libro possibile, Vendola: «Sbagliato escluderlo ma criticare Israele non è antisemitismo» – L’INTERVISTA

Il caso Nevo è molto di più di una polemica attorno a un festival letterario: è intervenuto anche il presidente israeliano Isaac Herzog

Nevo e il Libro possibile, Vendola: «Sbagliato escluderlo ma criticare Israele non è antisemitismo» – L’INTERVISTA
(Foto Fabio Cimaglia / LaPresse)

Il caso Eshkol Nevo ormai è molto di più di una polemica estiva attorno a un festival letterario: è un punto critico in cui si incrociano cultura, politica e diplomazia, e in cui una richiesta di esclusione si è trasformata in un test sul significato stesso dello spazio pubblico.

La controversia ha investito Il Libro Possibile, ha chiamato in causa il rapporto tra identità dell’autore e responsabilità del suo Paese, e ha perfino provocato la reazione del presidente israeliano Isaac Herzog, che ieri ha definito la vicenda «estremamente turbante»: «Ovviamente – ha chiarito – non sono tutti gli italiani, parlo degli estremisti, soprattutto a sinistra, razzisti e prevenuti. Eshkol Nevo è un grande scrittore, amante della pace. E c’è stato il caso delle proteste contro il padiglione israeliano alla Biennale di Venezia. Per questo dico agli italiani: rispettate gli israeliani, siamo tutti vicini nel Mediterraneo. Se abbiamo problemi, dovremmo discuterne come amici».

In questo scenario, la Puglia torna a essere un luogo simbolico, non solo perché sede dell’evento, ma come spazio capace di misurarsi con le fratture globali del presente. È da qui che nascono le domande rivolte a Nichi Vendola, che di questa regione è stato Presidente e sempre con uno sguardo attento al Mediterraneo.

Come giudica la richiesta di escludere Eshkol Nevo dal «Libro Possibile», e pensa che sia compatibile con la tradizione culturale di apertura che la Puglia ha sempre rivendicato?

«Non ho firmato quella petizione, anche se ho stima di chi l’ha firmata. Non la condivido perché escludere uno scrittore da un festival letterario mi pare una risposta sbagliata, perché la letteratura è uno degli ultimi spazi in cui il dialogo non si risolve in resa o in resa dei conti. La Puglia ha costruito nel tempo una tradizione di apertura culturale che non si misura con il passaporto degli ospiti, ma con la qualità delle domande che si è capaci di porre. Però devo dire con altrettanta chiarezza che tra coloro che hanno firmato non intravedo un solo antisemita, ed è disonesto e vile insinuarlo. Essere critici di uno Stato accusato di genocidio non è razzismo: è coscienza morale. La critica della deriva fondamentalista e criminale di Israele non è antisemitismo, la critica del sionismo non è antisemitismo, e chi confonde deliberatamente questi piani lo fa per chiudere ogni discussione possibile, per rendere indicibile ciò che invece urla davanti agli occhi del mondo e per impedire la sacrosanta solidarietà con le vittime, col popolo palestinese e oggi anche col popolo libanese».

Secondo lei, chiedere a uno scrittore israeliano di prendere pubblicamente le distanze dal governo Netanyahu per essere invitato a un festival non rischia di trasformare un confronto culturale in una prova di schieramento politico?

«Il rischio esiste, ed è reale. Ma va detto con precisione: la richiesta di uno “schieramento” non nasce dal nulla, nasce da Gaza, nasce dalla strage infinita, nasce dai bambini estratti dalle macerie. Quando uno Stato compie quello che Israele compie – uccidere deliberatamente civili, sterminare una popolazione, bombardare palazzi scuole ospedali, irridere alle Nazioni Unite, insultare la Corte Penale Internazionale, porsi al di sopra e al di fuori di qualsiasi legalità internazionale, reiterare crimini contro l’umanità e crimini di guerra – è difficile trattare la cultura come una zona franca immune dalla politica. Tuttavia resto convinto che chiedere a uno scrittore una dichiarazione preliminare come condizione di accesso sia una forma di tribunale, non di dibattito. Quello che si può e si deve fare è portare Gaza dentro il festival, farne oggetto di confronto aperto, senza esclusioni ma senza rimozioni».

Le parole di Isaac Herzog, che ha definito «estremamente turbante» la petizione contro Nevo, mostrano che il caso ha assunto anche un rilievo internazionale: che lettura dà di questa escalation?

«Il presidente Herzog, se cerca degli estremisti e dei razzisti, farebbe bene a guardare dentro casa, dentro il governo del suo Paese, dove siedono ministri che invocano e organizzano la pulizia etnica e il terrorismo di Stato. Lo scandalo, per Herzog, sarebbe la petizione, non i morti di Gaza. È la più classica delle inversioni: chi protesta, magari in forme discutibili, diventa il problema, chi stermina indossa i panni della vittima. Piuttosto il presidente Herzog dovrebbe rendersi conto che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani, e penso di poter dire del mondo, prova orrore per quello che lo Stato di Israele ha compiuto e compie ogni giorno sotto gli occhi di chiunque voglia vedere. Che questo orrore venga rubricato come antisemitismo è un insulto alla verità e alla memoria stessa della Shoah».

In un contesto segnato dalla guerra a Gaza e dalle tensioni nel Mediterraneo, quale dovrebbe essere oggi la responsabilità di un festival letterario: fare selezione politica degli ospiti o difendere uno spazio di confronto pluralista?

«Un festival letterario non è un’ambasciata e non è un tribunale. Non deve rilasciare patenti di innocenza né emettere condanne. Deve fare la cosa più difficile e più necessaria: tenere aperto lo spazio del confronto anche quando tutto spinge verso la chiusura, verso la trincea, verso il silenzio o verso l’urlo. Questo non significa neutralità, la neutralità di fronte al genocidio è complicità. Significa che la risposta alla barbarie non può essere la censura, ma la parola: più parole, più voci, più domande scomode rivolte a chiunque salga su quel palco. La cultura non salva il mondo, ma può ancora testimoniare che il mondo merita di essere salvato».