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Vertenza Natuzzi, i sindacati dopo l’incontro in Confindustria: «Informativa unilaterale. Ora assemblee e mobilitazione»

La Fillea Cgil Puglia definisce il piano industriale presentato dall’azienda «una bomba sociale». Restano le distanze

Vertenza Natuzzi, i sindacati dopo l’incontro in Confindustria: «Informativa unilaterale. Ora assemblee e mobilitazione»

Resta la distanza tra il gruppo Natuzzi e i sindacati, anche dopo l’incontro che si è svolto oggi a Bari nella sede di Confindustria per discutere della vertenza in atto.

Il vertice, convocato dopo il fallimento della trattativa dello scorso 24 giugno al ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) e la decisione dell’azienda di chiudere uno stabilimento e sospendere la produzione in altri due, ha registrato il persistere della distanza tra le parti.

Ignazio Savino, segretario generale della Fillea Cgil Puglia, ha liquidato il confronto come «una semplice informativa unilaterale» e ha annunciato assemblee e mobilitazioni in tutti gli stabilimenti entro venerdì 3 luglio, definendo il piano aziendale «una bomba sociale».

La strategia illustrata dall’azienda mira a un risanamento entro 6-12 mesi e prevede il mantenimento in Italia della produzione di fascia alta, trasferendo all’estero la fascia media.

Il punto di massima frizione riguarda la riduzione del perimetro industriale pugliese, con lo stop definitivo dello stabilimento di Santeramo Iesce 2 e la chiusura temporanea (fino a tre anni) dei siti di Altamura Graviscella e PS.

Marco Natuzzi, project manager del Piano industriale, ha spiegato che si tratta di una «manovra temporanea per respirare» e ha evidenziato parziali punti d’incontro sull’incentivazione all’esodo per 120 dipendenti e sulla reindustrializzazione di un sito per ricollocare 40 lavoratori, escludendo licenziamenti collettivi.

I sindacati contestano però i trasferimenti di volumi in Romania e chiedono il supporto del Governo e l’ingresso di Invitalia. Sulla vicenda è intervenuto l’assessore regionale Eugenio Di Sciascio, richiamando alla responsabilità: «Non è più il tempo delle polemiche, ma della costruzione».

Il piano poggia su dati finanziari pesanti, che l’azienda punta ad azzerare: nel 2025 il gruppo ha registrato 19,5 milioni di euro di perdite operative. Di queste, ben il 75% è generato proprio dalle gamme medie prodotte in Italia e destinate al mercato statunitense, penalizzate dai costi di trasporto e dai dazi. La delocalizzazione tocca il 13% degli attuali volumi nazionali.