La Zona economica speciale (Zes) smette di essere una scommessa e diventa il principale motore della nuova politica industriale per il Mezzogiorno. A certificare il cambio di passo sono i numeri del «Check Up Mezzogiorno 2026», presentato a Bari ieri da Confindustria e SRM, il centro studi collegato a Intesa Sanpaolo: dal 2019 il Pil del Sud è cresciuto dell’8,3%, due punti percentuali in più rispetto alla media nazionale, mentre nel 2025 le regioni meridionali hanno registrato performance superiori a quelle del Centro-Nord.
Un’accelerazione che imprese e Governo attribuiscono in larga parte alla ZES Unica, entrata in vigore dal gennaio 2024. Per la Puglia il bilancio è particolarmente significativo. Credito d’imposta, autorizzazioni accelerate e semplificazione burocratica hanno favorito nuovi investimenti e rafforzato la competitività delle imprese, soprattutto sui mercati esteri.
Non a caso l’export regionale continua a rappresentare il principale motore della crescita: nel primo trimestre del 2026 le esportazioni sono aumentate di circa il 10% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, confermando il ruolo della regione tra le locomotive economiche del Mezzogiorno. L’effetto ZES emerge con forza anche dagli investimenti già autorizzati. Le autorizzazioni uniche rilasciate hanno generato oltre 9 miliardi di euro di investimenti diretti e circa 25 mila nuovi posti di lavoro, mentre l’impatto economico complessivo della misura viene stimato da Confindustria in 59 miliardi di euro e oltre 70 mila occupati.
Numeri che hanno convinto il Governo a rafforzare ulteriormente lo strumento. A Bari il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra, ha confermato che la legge di bilancio ha stanziato 4 miliardi di euro per finanziare il credito d’imposta della ZES nei prossimi tre anni, definendo la misura una leva strategica per consolidare la crescita del Mezzogiorno e attrarre nuovi investimenti. Sul fronte del credito arriva invece il maxi impegno del sistema bancario.
Intesa Sanpaolo ha annunciato il piano «ZES 2.0», mettendo sul tavolo 60 miliardi di euro destinati a sostenere investimenti produttivi, innovazione, transizione energetica e adeguamento infrastrutturale delle imprese. Una dotazione che segue la prima tranche da 12 miliardi, andata rapidamente esaurita a fronte di richieste pari a quattro volte le risorse disponibili, segnale di una domanda di investimenti ancora molto elevata. Per il presidente nazionale di Confindustria, Emanuele Orsini, il successo della ZES dimostra che quando si riducono tempi autorizzativi e incertezza normativa gli investimenti arrivano e producono sviluppo.
Da qui anche la proposta di estendere in prospettiva il modello ad altre aree del Paese, accompagnandolo con una strategia nazionale su energia, innovazione e competitività industriale. La sfida, però, è appena iniziata. Se manifattura ed export rappresentano oggi i pilastri della crescita pugliese, il prossimo salto di qualità passa dalla capacità di attrarre investimenti ad alto contenuto tecnologico nei comparti dell’aerospazio, delle biotecnologie e dell’innovazione.
Dopo anni in cui il Mezzogiorno è stato raccontato soprattutto come area da sostenere, i dati presentati a Bari ribaltano la prospettiva: il Sud torna a essere un mercato su cui investire, mentre la ZES si candida a diventare il principale laboratorio italiano di politica industriale.
