Domenico Mortellaro è un sociologo e criminologo che da anni si occupa di criminalità pugliese.
Il procuratore Rossi è stato fatto oggetto di minacce via social. Quale potrebbe essere l’identikit dell’autore?
«I social sono diventati lo sfogatoio pubblico di chiunque. È ovvio che rispetto a una figura che è in prima linea nella lotta alla mafia, rispetto a una discussione incentrata su una regione e su una provincia che è ormai un luogo in cui la pericolosità mafiosa è percepibile, la suggestione di utilizzare toni e argomenti che richiamano direttamente al mondo della malavita organizzata e della mafia è comoda per chiunque, sia per un odiatore seriale che eventualmente per un soggetto che sia interno o vicino ai gruppi criminali. Il punto è che si è mosso in un luogo molto tracciabile. Credo che il dottor Rossi possa stare abbastanza tranquillo. Anche perché la mafia foggiana è una mafia che ha fatto della ferocia programmatica, ma anche della assoluta non pubblicità di tutte le sue azioni il brand di fabbrica».
Questi atteggiamenti possono avere un effetto domino.
«C’è un effetto di chiara destabilizzazione ed un tentativo di delegittimazione di figure che ricoprono ruoli di assoluta autorità e autorevolezza. A questo è da aggiungere il rischio che all’interno di una dinamica in cui si moltiplichino questi atteggiamenti, qualcuno non possa pensare di sfruttare un clima particolare, per caricare, non tanto sul fronte della minaccia diretta, quanto della delegittimazione della figura».
Le indagini sono necessarie ma forse non sufficienti.
«Si fa bene ad indagare ma dobbiamo tutti quanti sapere che il mondo dell’hating si sconfigge semplicemente armandosi di enorme pazienza, sapendo che bisogna spendere qualche quattrino all’inizio, ma andando a denunciare e perseguire uno per uno questi atteggiamenti. Si tratta nel 90% dei casi di poveracci senza una vita, che sfogano le proprie frustrazioni senza rendersi conto di quanto penalmente rilevante questo sia».
Intanto ci sono stati a Bari altri arresti di cosiddetti rampolli della criminalità, cognomi noti, la storia si ripete.
«Chiamiamoli semplicemente giovani leve dei clan, figli, nipoti dei boss, perché altrimenti la parola rampolli, porta a riflessioni sulla nobiltà e può invogliare altre decine di imbecilli, ammalati di malavita, a voler emulare le gesta di questi signori. Stiamo però parlando di soggetti che fino ad oggi non hanno realmente espresso un lignaggio criminale a livello tanto di autorevolezza, quanto di pericolosità reale. Eugenio Palermiti porta nome e cognome di un boss storico ed è sicuramente il soggetto più pericoloso tra i sette arrestati. Il punto è che messi in galera i nonni e i genitori a questi ragazzi non hanno mai vissuto una possibilità concreta di riscatto. Dopodiché chiediamoci perché pur di fronte a tutti questi arresti, noi non riusciamo a fermare una storia criminale messa in piedi da una decina di famiglie, non di più. Il problema è che noi non investiamo come comunità, come mondo politico, come cittadinanza, non vogliamo investire in quella che è l’antimafia sociale».
