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Lino Banfi: «Per novant’anni ho fatto ridere l’Italia, ma nessuno ha mai fatto ridere me» – L’INTERVISTA

A 90 anni Lino Banfi ha fatto pace con Pasquale Zagaria. Ci ha messo una vita: uno faceva ridere, l’altro gli ricordava di non montarsi la testa

Lino Banfi: «Per novant’anni ho fatto ridere l’Italia, ma nessuno ha mai fatto ridere me» – L’INTERVISTA
(Foto ANSA – Claudio Onorati)

A 90 anni Lino Banfi ha fatto pace con Pasquale Zagaria. Ci ha messo una vita: uno faceva ridere l’Italia, l’altro gli ricordava di non montarsi la testa. Adesso si guardano allo specchio e, per la prima volta, si piacciono un po’. Nel mezzo ci sono quasi settant’anni di spettacolo, i film che la critica guardava di nascosto, Totò in vestaglia bordeaux, Villaggio, Fellini, Craxi, Berlusconi. E una vita trascorsa a fare una cosa sola: far ridere gli altri. «Poi ogni tanto mi chiedo: ma chi ha fatto ridere me?».

Quando oggi si guarda allo specchio, chi vede: Lino Banfi o Pasquale Zagaria?

«Vedo una persona miracolata. Non pensavo di arrivare a questa età. Sto entrando nei 91 anni e mi trovo davanti un mondo nuovo. È cambiato lo sguardo della gente: mi vedono e si commuovono, nei teatri si alzano in piedi. Una cosa che non mi era mai successa».

E lei come guarda Lino Banfi?

«Io non l’ho mai amato molto. Zagaria diceva sempre a Banfi: sei un miracolato, non esagerare. Arrivavano le onorificenze e io gli dicevo: pensa piuttosto a dimagrire, a muoverti, non cammini mai. Lo rimproveravo continuamente».

Adesso è cambiato qualcosa?

«Adesso Banfi e Zagaria hanno trovato una via d’incontro. Cominciano a volersi bene. Cominciano a vedere i pregi invece dei difetti. È come se si dicessero: guarda che cosa abbiamo combinato io e te. Se oggi la gente si commuove quando mi vede, qualcosa di buono lo abbiamo fatto».

Per molti italiani lei ormai è quasi un parente. Le pesa che tutti pensino di conoscerla?

«No, mi dà una grande gioia. Vuol dire che ho fatto bene quello che ho fatto. Ho lavorato con le donne più belle del mondo e non ho mai abusato di quella situazione, non ho mai avuto comportamenti volgari. Credo che alla fine la gente queste cose le capisca. Se dico qualcosa, si fidano».

Eppure, dopo una vita così, dice di sentirsi anche stanco.

«Certo. Banfi lo sto sfruttando molto. Non puoi fare tutti i giri d’Italia, andare a prendere un premio qui, un premio là, fare continuamente cose. E poi ogni tanto penso anche a una cosa».

Quale?

«Che di tutta questa notorietà cinematografica non ho guadagnato un centesimo dalle repliche. I film continuano a essere trasmessi, venduti, rivisti. Non solo i miei: ci sono attori come Abatantuono, Verdone e tanti altri nelle stesse condizioni».

La fa arrabbiare?

«Certo che mi inghezzo. Le vecchie leggi cinematografiche erano fatte in modo che tutti i diritti andassero al produttore. E tu niente. Ma se ancora oggi trasmettono continuamente quei film vuol dire che la gente li vuole vedere. Possibile che agli interpreti non debba arrivare niente?».

Ha mai pensato di trasformare questa rabbia in una battaglia?

«Il problema è che se lo dico io sembra subito: ecco, sono ricchi e famosi e non si accontentano mai. Però io sono diventato quello che sono perché mi sono fatto un culo così per tutta la vita».

Quanto «così»?

«Non ho mai imparato a nuotare. Non ho imparato a sciare, non ho fatto footing. Quando avrei dovuto farlo? A sette anni facevo ridere gli altri bambini durante i bombardamenti per non farli piangere. A quindici anni ero in seminario e facevo spettacoli per i seminaristi. A vent’anni ero già tra Milano e Roma. Ho passato la vita a far ridere gli altri. Poi ogni tanto mi chiedo: ma chi ha fatto ridere me?»

Nessuno?

«Ci sono colleghi che mi fanno ridere. Zalone mi fa ridere. Boldi pure. Ne ho amati tanti. Ma la mia vita era già occupata, consumata dai doveri quotidiani. Da ragazzo ho fatto di tutto, ho anche venduto orologi falsi ai napoletani».

Torniamo al presente. È vero che è pronto a fare un podcast tutto suo?

«Ho partecipato a tanti podcast che hanno fatto milioni di visualizzazioni e allora ho pensato: ne faccio uno mio. Si chiamerà Parlando con le stelle. Voglio invitare personaggi molto famosi, nella musica, nell’arte, nello spettacolo. Ma non soltanto loro. Mi interessa anche chi nessuno pensa di intervistare. Per esempio, tutti intervistano lo chef stellato: io vorrei parlare con quello che ogni giorno deve cucinare migliaia di pasti per una comunità come San Patrignano. Voglio sapere quanti chili di cipolle servono, quanto pomodoro. Entrare in queste storie».

Quando guarda il cinema di oggi, pensa che sia migliore di quello che facevate voi?

«No, questo non lo credo assolutamente. Diciamo che può essere alla pari. Il punto è che i nostri film allora non venivano considerati. Sono diventati cult dopo. Ci sono dei giornalisti pentiti. Alcuni mi hanno detto: “Lino, sai che io andavo a vedere i tuoi film di nascosto?”».

Perché di nascosto?

«Facevano i critici cinematografici e non potevano dire ai colleghi che andavano a vedere un film di Banfi. Li avrebbero guardati male. Eravamo considerati delle piccole bestioline che si affacciavano nel cinema».

Si vergognavano ad ammettere di guardare un film di Banfi?

«Sì, ma adesso non si vergognano più. Me lo dicono volentieri che ero bravo. E sento che sono sinceri».

Ha lavorato con tutti i più grandi. Esisteva l’invidia tra comici?

«Tra noi no, eravamo abbastanza equilibrati e siamo sempre andati d’accordo. Uno che non aveva invidia di nessuno era Paolo Villaggio. Nella vita era uno squinternato, ma come attore era veramente grande».

Fellini invece la cercava per farsi raccontare l’avanspettacolo. Che mondo era?

«Una grande scuola. Le ballerine, la sofferenza, tutto quello che facevamo. Gli raccontavo anche di quando ebbi una lettera di raccomandazione per andare a casa di Totò».

Che cosa ricorda di quell’incontro?

«Mi ricordo soprattutto il personaggio. Il principe De Curtis. Non era soltanto quello che aveva insegnato a tutti noi a far ridere: aveva davvero qualcosa del grande blasonato. Ricordo il suo profumo. E una vestaglia color bordeaux che indossava quando andai a casa sua».

Le dispiace che quel mondo sia scomparso?

«Sì. Io sono uno degli ultimi rimasti e sarebbe stato bello raccontare ai giovani che cosa significavano il proscenio, la ribalta, le cantinelle, tutto quel mondo dietro le scene. L’avanspettacolo ci ha forgiati».

Le proposero mai di entrare in politica?

«Craxi una volta mi disse: vuoi diventare senatore? E io gli risposi: “Bettino, ma io devo pensare a far ridere”. E lui: “Perché, noi che facciamo?”».

L’ho sentita questa. È vera?

«Verissima. Craxi era molto spiritoso. Io gli dicevo che gli avrei dato una laurea honoris causa per le pause che sapeva fare durante i comizi».

Ha conosciuto molto bene anche Berlusconi. Che cosa aveva capito prima degli altri?

«Lui aveva intuito. Capiva subito che effetto avrebbe avuto una cosa in televisione. Io nei monologhi lo prendevo in giro: parlavo della sua altezza, delle orecchie, dicevo di tutto. E lui veniva da me e mi diceva: “Lino, continua. Parla male di me, perché funziona. La gente ride”».

A questa età c’è qualcosa che le fa paura?

«Sa di che cosa ho paura? Della bronchite. Alla mia età una bronchite può diventare polmonite, poi broncopolmonite e poi si muore. Per questo la notte non tengo l’aria condizionata accesa. Preferisco sudare».