La crisi della partecipazione politica non si esprime soltanto nell’astensionismo, né può essere letta come semplice disaffezione dei cittadini. Per Giovanni Procacci, che ha attraversato dall’interno il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica e fu il coordinatore nazionale dei Comitati Prodi, il nodo riguarda la trasformazione profonda del rapporto tra cittadini, partiti e democrazia.
Lei ha vissuto dall’interno il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Luciano Canfora, in un articolo sul Corriere della Sera, sostiene che la crisi della partecipazione sia iniziata con l’indebolimento dei partiti e con l’abbandono del sistema proporzionale. Condivide questa lettura?
«Il passaggio dalla Prima Repubblica dei partiti alla Seconda Repubblica è certamente un fattore importante. Però non dobbiamo confondere la partecipazione con l’appartenenza. Nella Prima Repubblica il cittadino sentiva di appartenere a un partito quasi come a una piccola chiesa: ciascuno si definiva democristiano, comunista, socialista. Oggi, se si chiede a un giovane “di che partito sei?”, si rischia di lasciarlo interdetto. È cambiato il rapporto con la democrazia».
Che cosa è venuto meno, allora, insieme a quelle appartenenze?
«All’epoca si vedeva bene il tramonto delle ideologie, sistemi chiusi che spesso non consentivano il dialogo tra i partiti. Ma quando quelle ideologie sono venute meno, non siamo riusciti a sostituirle con un senso di appartenenza civica, con l’etica dell’essere cittadini. Ci siamo trovati con la distruzione delle appartenenze ideologiche da un lato e, dall’altro, con l’incapacità di proporre un modello partecipativo capace di coinvolgere davvero la società. A questo problema oggi si cerca talvolta di porre rimedio con soluzioni pasticciate, movimenti spontanei che nascono e muoiono talvolta dopo le elezioni. E anche i nuovi partiti sono spesso un insieme di posizioni molto divergenti che convivono sotto la stessa sigla, ma senza arrivare a una sintesi, come invece prevede il ruolo costituzionale dei partiti. Soprattutto negli enti locali, ciascuno finisce spesso per rappresentare un partito a sé».
In questo quadro si spiega anche la crescita delle liste civiche? Possono essere una risposta alla crisi dei partiti?
«Non sono un fautore tout court delle liste civiche, ma ritengo che siano una risposta purtroppo necessaria in molti casi. Lo sono in parte alla crisi dei partiti, alla loro incapacità di attrarre e di promuovere forme nuove di partecipazione, e nello stesso tempo sono una risposta, certo non risolutiva, alla incapacità di costruire una visione di società condivisa e lungimirante, capace di tenere insieme larghi strati di elettorato in un progetto condiviso. La costruzione del cosiddetto “Campo largo” parte già molto in ritardo rispetto a quello che facemmo a partire dal 1994 in vista delle elezioni del 1996. Oggi, anche in questo “Campo largo”, ogni partito tiene a mantenere le distanze dagli alleati. Stiamo insieme, ma manteniamo le distanze. Questo offre il mercato oggi».
Un altro tema tornato spesso nel dibattito è quello delle preferenze. Possono riavvicinare cittadini e politica?
«Non penso che le preferenze cambino da sole il rapporto tra cittadini e politica. Ma quantomeno sono uno strumento giusto e dignitoso attraverso cui si dà al cittadino la possibilità di scegliere il proprio rappresentante e di creare un rapporto diretto fra eletto ed elettori. Invece da anni la nomenclatura si organizza per far votare i cittadini solo sui simboli, ma decide lei candidature e loro collocazione. Così abbiamo una classe dirigente autoreferenziale, senza alcun rapporto con la società. Con l’attuale sistema elettorale avremo sempre più il consolidamento di una classe politica che si autoperpetuerà per altri decenni. Questa cosa ai cittadini non va bene, tanto è vero che non vanno a votare. Mi aspetterei che la lotta per le preferenze se la intestasse il Pd. Fratelli d’Italia fa finta di volere le preferenze solo per agitare una bandiera ma sa che Forza Italia non le accetterà mai, e così darà la colpa a Forza Italia o alla Lega per il mancato inserimento delle preferenze. Aggiungo, per quanto riguarda il Pd, che intestarsi questa battaglia, oltre alle ragioni di fondo già espresse, aiuterebbe anche un partito che nelle regioni ha una serie di figure molto quotate dal punto di vista del consenso. Le preferenze aiuterebbero il Pd e gli darebbero almeno due o tre punti percentuali in più».
