La bozza cancella le sfide dirette, introduce il premio alla coalizione che supera il 42% e riporta le preferenze, ma lascia bloccati i capilista. Alla Puglia spettano 27 deputati e 13 senatori Quaranta seggi, ma nessun collegio da conquistare con una sfida diretta. Se la nuova legge elettorale supererà definitivamente l’esame del Parlamento, la Puglia continuerà a eleggere 27 deputati e 13 senatori, ma cambierà radicalmente il modo in cui quei posti saranno distribuiti. A sparire sarà il cuore maggioritario del Rosatellum: niente più duelli nei collegi uninominali di Foggia, Bari, Brindisi, Taranto o Lecce. Tutti gli eletti passeranno attraverso il sistema proporzionale. Oggi dieci dei 27 deputati pugliesi e cinque dei 13 senatori vengono scelti nei collegi uninominali, dove basta ottenere un voto in più degli avversari.
Gli altri 25 seggi sono assegnati con il proporzionale. Con la riforma, invece, saltano tutti e quindici i collegi diretti. Per i partiti significa perdere quelle candidature territoriali con cui, soprattutto nei collegi contendibili, si misuravano coalizioni e leadership locali. La partita si sposta sulle liste, sulle percentuali nazionali e, ancora di più, sulle segreterie. La bozza introduce infatti un proporzionale corretto da un robusto premio di maggioranza. Alla lista o alla coalizione capace di raggiungere almeno il 42 per cento dei voti andrebbero 70 deputati e 35 senatori di premio. La forza vincente non potrebbe comunque superare il tetto di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato, al netto degli eletti all’estero. Se nessuno raggiungesse la soglia, scatterebbe il proporzionale puro. Lo stesso avverrebbe qualora Camera e Senato indicassero coalizioni vincitrici differenti.
Nessun ballottaggio, dunque: sotto il 42 per cento il Parlamento sarebbe la fotografia dei voti e la maggioranza dovrebbe essere costruita dopo le urne. La scheda riporterebbe anche il nome del candidato alla presidenza del Consiglio indicato da ciascuna coalizione. Non sarebbe però un’elezione diretta del premier: la nomina resterebbe formalmente nelle mani del presidente della Repubblica, come stabilisce la Costituzione. Politicamente, tuttavia, quel nome diventerebbe il volto del voto e le alleanze dovrebbero essere dichiarate prima delle elezioni. Al Senato è stato inoltre approvato il compromesso sulle preferenze: capilista bloccati, scelti dai partiti, e possibilità per l’elettore di indicare fino a tre nomi tra gli altri candidati. L’alternanza di genere scatterebbe soltanto dopo il primo nome, mentre per i capilista non sarebbe più garantito il rapporto del 60-40 previsto dal Rosatellum. È il punto più contestato: le opposizioni parlano di preferenze dimezzate, perché il primo seggio utile di ogni lista resterebbe comunque blindato.
Resta lo sbarramento del 3 per cento per partecipare alla distribuzione dei seggi, ma il Senato ha cancellato la norma «anti-cespugli»: anche i voti delle liste minori collegate concorrerebbero al raggiungimento del 42 per cento della coalizione, pur senza assicurare loro eletti. Per frenare la nascita di sigle civetta aumenterebbe però il numero delle firme richieste alle forze extraparlamentari. Per la Puglia, dunque, non cambia il peso numerico: sempre 40 rappresentanti. Cambia il potere politico con cui saranno scelti. Meno territorio e più partito, niente candidati eletti direttamente nei collegi e una competizione affidata al proporzionale, al premio nazionale e alle preferenze sotto il controllo dei capilista. La geografia dei seggi resta pugliese; la regia delle candidature diventa ancora più romana.
