Da simbolo delle internalizzazioni dell’era Vendola a possibile bersaglio della nuova spending review targata Decaro. Le Sanità Service pugliesi, le società in house create negli anni per assorbire migliaia di lavoratori precari e superare il sistema degli appalti esterni, finiscono ora al centro della più delicata partita politica e finanziaria sulla sanità regionale.
Sul tavolo della cabina di monitoraggio incaricata di risanare il deficit da 349 milioni prende corpo anche un’ipotesi fino a pochi mesi fa impensabile: ridimensionare drasticamente le società partecipate delle Asl, fino a valutare un ritorno parziale ai servizi esternalizzati.
Le sei Sanità Service pugliesi – una per provincia – contano oggi circa 12mila dipendenti e un costo che sfiora i 250 milioni di euro l’anno. Numeri cresciuti progressivamente fra stabilizzazioni, nuove assunzioni, avanzamenti di carriera, consulenze e ampliamento dei servizi affidati dalle aziende sanitarie. Solo nel 2025 il costo del personale sarebbe aumentato di altri 15 milioni. Una dinamica che ha spinto la nuova governance regionale ad accendere i riflettori su quello che, nei corridoi della politica, viene ormai definito uno dei grandi «buchi neri» della spesa sanitaria pugliese.
Non a caso uno dei primi atti firmati dalla giunta Decaro è stato proprio la Direttiva 19 predisposta dal capo di gabinetto Davide Pellegrino: stop immediato a nuove assunzioni, consulenze, collaborazioni, lavoro interinale, esternalizzazioni e nuovi appalti nelle società in house delle Asl. Congelate persino le procedure già avviate e non concluse. Un messaggio chiarissimo ai direttori generali: la stagione della crescita incontrollata è finita.
Le Sanità Service erano nate per superare il sistema delle cooperative e degli appalti esterni, spesso caratterizzati da salari bassi, precarietà e zone grigie negli affidamenti. Per anni sono state rivendicate dal centrosinistra pugliese come modello di tutela occupazionale e legalità. Ma col passare del tempo quelle stesse società sono diventate anche terreno di scontro per assunzioni, selezioni, incarichi e gestione del consenso. In più occasioni opposizioni e sindacati autonomi hanno denunciato il rischio che le partecipate si trasformassero in giganteschi bacini paralleli di reclutamento politico. Ora però il possibile ritorno alle ditte esterne apre uno scenario altrettanto delicato. Sul piano strettamente economico, la Regione punta a recuperare margini di flessibilità gestionale, ridurre il peso strutturale del personale e contenere una spesa considerata ormai fuori controllo. Ma la controindicazione è enorme.
Per questo, più che una cancellazione totale, prende forma l’idea di una drastica cura dimagrante: controlli centralizzati, blocco del turn over, revisione dei contratti, tetti di spesa e maggiore potere di vigilanza del Dipartimento Salute sulle società partecipate. La linea della Regione sembra chiara: salvare il modello, ma svuotarlo della sua espansione incontrollata.
Resta però una domanda politica pesantissima. Se le Sanità Service erano il fiore all’occhiello della stagione delle internalizzazioni pugliesi, il fatto che oggi finiscano sotto la scure della spending review rappresenta anche l’ammissione implicita che quel modello, almeno nei numeri e nei costi, non ha retto alla prova del tempo.
