«A Peticciato il problema non è la frana ma aver costruito strade e tracciati ferroviari come se la frana non esistesse». Così Giovanna Amedei, geologa Sigea, analizza quanto sta avvenendo in territorio molisano e pugliese.
ePrima di tutto, cosa significa che la frana ha un fronte di 4 km in movimento?
«Il fronte della frana è la larghezza della porzione di terreno che sta scivolando, cioè la parte “attiva” lungo il pendio. Non significa che la frana è profonda 4 km ma che per circa 4 km lungo il versante il terreno si sta muovendo. Per intenderci una frana con un fronte molto esteso, che coinvolge un’area molto ampia».
Cosa è accaduto tecnicamente? È solo colpa delle piogge e dei cambiamenti climatici?
«Non è il risultato di una sola causa, ma di una combinazione di fattori geologici, idrologici e climatici. In termini geologici l’area è composta in gran parte da argille che, quando assorbono acqua, perdono coesione, diventano più “plastiche” e tendono a scivolare. Sicuramente le piogge, intense e prolungate, della scorsa settimana hanno saturato il terreno, riducendo l’attrito che tiene fermo il suolo, con il risultato che il pendio ha iniziato a scivolare lentamente su uno strato più debole. Occorre considerare che Petacciato è vicino alla costa e ha contribuito anche l’erosione marina alla base del versante, togliendo supporto al piede della collina. I cambiamenti climatici sono una concausa perché possono aumentare la frequenza di piogge intense e concentrate e alternare periodi secchi e piovosi ma non l’unica causa».
Quali sono invece le colpe dell’uomo?
«La frana non è solo un evento naturale ma il risultato di una scelta sistemica sbagliata. Nel giro di pochi chilometri convivono autostrada A14, strada statale 16 Adriatica, linea ferroviaria Adriatica. Tre assi fondamentali costruiti sullo stesso corridoio fragile. Non è solo sfortuna: è una violazione basilare dei principi di pianificazione territoriale e geologica. Si è scelto il tracciato più economico e diretto, ignorando ciò che la geologia indicava chiaramente. Petacciato non è un’eccezione: è un esempio».
Quanto tempo servirà secondo lei per la messa in sicurezza?
«Bisogna essere realisti: non esiste un ripristino rapido né una sicurezza assoluta al 100%. Parliamo di un fenomeno grande e profondo. Servirà gestire l’emergenza e poi eseguire gli interventi strutturali, prevedendo opere su scala chilometrica con giuste indagini geologiche e opportune progettazioni. Insomma non si tratta di indagini e interventi da farsi in qualche mese».
Il rischio di nuovi eventi permane anche dopo i lavori?
«Sì, e questo è il punto più importante. Non si elimina del tutto perché una frana di questo tipo è legata alla natura del terreno e può essere riattivata anche dopo interventi ben fatti. Tali interventi servono per ridurre la velocità del movimento, abbassare la probabilità di riattivazione e proteggere infrastrutture e abitazioni. Purtroppo continuare a intervenire solo in emergenza significa accettare un ciclo infinito di danni, chiusure e spesa pubblica. La vera prevenzione richiede una scelta politica e tecnica chiara: adattare le infrastrutture al territorio, anche quando è scomodo e costoso».