Vent’anni dopo l’esordio, I Ministri tornano alla forma più essenziale: tre strumenti, un furgone, chilometri da macinare. Aurora Popolare è il nuovo capitolo di una storia che attraversa generazioni cresciute nell’illusione di un orizzonte stabile e poi precipitate in un tempo di conflitti e disincanto.
Il tour «Provincia Popolare» riporta la band nei club, lontano dai grandi contenitori, in una scelta che è insieme artistica, economica e politica. Federico Dragogna racconta cosa significhi oggi resistere nel rock italiano, tra nostalgia anni Novanta e la necessità di difendere una biodiversità culturale. In Puglia il trio farà tappa sabato a Taranto (Spazioporto) e domenica a Lecce (Officine Cantelmo).
Partiamo da Aurora Popolare. Tornate a raccontare una generazione che sembra aver perso fiducia nelle grandi promesse. Lo sente più un disco politico o esistenziale
«Credo che ci sia una dimensione esistenziale e politica in ciascuno di noi. È vero che è una generazione che ha visto tradite le proprie promesse, ma mi viene da chiedere se ce ne sia mai stata una che non le abbia viste tradite. Forse è un movimento sovrastorico, qualcosa che riguarda l’esistenza stessa. Detto questo, oggi non sono tradite solo le promesse base, ma perfino gli insegnamenti sul bene e sul male con cui siamo cresciuti. I miei genitori sono approdati al capitalismo degli anni Novanta, che con tutte le sue storture era comunque un periodo in cui si smetteva di farsi la guerra. Noi siamo in un allegro decennio in cui si è deciso di ricominciare».
Quella bambagia anni Novanta oggi presenta il conto?
«Assolutamente. Ed è il motivo per cui tutto ciò che riguarda la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta ci conforta: la confezione di una merendina, la sigla di qualcosa in tv. Certo, la nostalgia riguarda tutte le generazioni, ma per noi quel periodo coincide con pace e tranquillità. Altre generazioni hanno avuto guerra e fame: le differenze storiche contano. Il disco parla di un orizzonte che scompare, forse non è mai esistito. Però si porta dietro anche speranza. La speranza è il fatto stesso di fare queste canzoni».
Definirebbe la vostra musica un grido di speranza?
«Sì, ma non tanto nei testi, che di speranza ne hanno poca. È il gesto di farle e andare in giro a suonarle. Come un teatro di strada che raccoglie persone e per due ore costruisce qualcosa che prima non c’era».
Questo tour nasce dall’idea di portare la musica anche lontano dai circuiti principali. Cosa significa oggi tornare nei club più piccoli?
«Fare ore di furgone, guadagnare meno, abbassare la testa. Però significa incontrare persone con la gioia negli occhi perché sei andato nel loro club. Non pensavamo che questo tour sarebbe stato così importante, invece lo è. Andava fatto. Spero che tante band lo facciano: è fondamentale anche per i più giovani, perché servono luoghi vivi dove iniziare».
Avete scelto di tornare al trio essenziale. Perché?
C’è anche un’esigenza di sostenibilità. Noi in trio siamo sempre stati, i dischi li facciamo in tre. Sui grandi palchi serviva un altro musicista per rendere certi arrangiamenti senza usare basi, che non usiamo. Qui ce n’era meno bisogno. E poi il trio è bello perché è più libero: decidiamo pezzi e parti anche poco prima di salire sul palco. Dopo vent’anni insieme, è tutto più naturale.»
Siete sempre stati un’anomalia nel rock italiano. Oggi vi sentite soli?
«Un po’ sì. All’inizio c’erano altre band con cui condividevamo percorso e scelte. Noi abbiamo tenuto duro. Essere ancora qui è quasi un miracolo italiano. Facciamo un rock che, se lo fai sentire a tua nonna, dice: “Sono arrivati i cosacchi”. Ma se esiste un pubblico, vuol dire che il terreno c’è. La società è più pronta di quanto pensiamo».
Parla di «miracolo italiano». È questa la vostra forma di resistenza?
«La parola resistenza è stata usata talmente tanto che mi fa paura. Più che altro parlerei di coerenza e costanza. E soprattutto di biodiversità culturale: tenere vivi mondi diversi, culture diverse. Se facciamo tutti la stessa cosa, arriva prima di tutto la noia, anche per chi ascolta. Noi cerchiamo di restare biodiversi».
La vostra storia è legata al live. In un’epoca di piattaforme digitali che valore ha la musica dal vivo?
«Economico, prima di tutto. Con lo streaming non si vive, non si porta a casa il piatto di riso, patate e cozze. Ce la fa uno su mille. Con i concerti sì: è un’economia reale, si può fare questo mestiere onestamente. Lo streaming non è sostenibile come modello».
Sanremo lo segue?
«Non ho la tv, ma un occhio e un orecchio li do sempre: ci sono colleghi bravi coinvolti. Mi sembra però che negli ultimi anni il contenitore si sia un po’ mangiato i contenuti, o che i contenuti non riescano a modellarsi attorno al contenitore. In un mondo che sembra un campo di guerra, fa strano vedere uno show sospeso in un’altra realtà».
Vi hanno mai invitato?
«Sì, nel 2014 eravamo stati invitati in gara, ma avevamo un tour europeo e abbiamo declinato. All’epoca funzionava diversamente: il direttore artistico ti chiamava. Oggi tutti vogliono andare. Se un giorno avremo il brano giusto e potremo portare il nostro messaggio senza compromessi, magari ci penseremo. Per ora giriamo i club».
Per chi tifa quest’anno?
«Mi interessa vedere cosa farà Sayf. E poi Colombre e Maria Antonietta sono amici incontrati sulla strada in questi anni: mi auguro che facciano il meglio possibile».










