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I “feudatari” delle rinnovabili in Puglia: business, tanti soldi e pochi rischi. E aumentano i contenziosi

Il feudalesimo al di qua del Garigliano è stato abolito dai francesi nel 1806, ma più di duecento anni dopo sopravvive, sotto diverse forme, in Capitanata, dove i nuovi feudatari si muovono a bordo di moderni fuoristrada, in giro per le campagne dove «impongono» i loro balzelli a ignari agricoltori che, spesso, si ritrovano, con…
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Il feudalesimo al di qua del Garigliano è stato abolito dai francesi nel 1806, ma più di duecento anni dopo sopravvive, sotto diverse forme, in Capitanata, dove i nuovi feudatari si muovono a bordo di moderni fuoristrada, in giro per le campagne dove «impongono» i loro balzelli a ignari agricoltori che, spesso, si ritrovano, con pale eoliche piantumate sui loro terreni o, addirittura, con provvedimenti di esproprio portati avanti da holding internazionali che si affidano a studi legali associati e agguerriti.

Insomma, nell’Ottocento i francesi abolivano il feudalesimo, nel ventunesimo secolo tedeschi e svizzeri lo hanno ripristinato, perché i nuovi feudatari arrivano dalla Germania e dalla Svizzera, ma anche da terre più vicine, come l’Abruzzo e, soprattutto, la Lombardia.

Il sistema

Ormai i progetti per gli impianti delle rinnovabili si presentano con lo stampino: si moltiplicano le società a rischio limitato che ramificano il loro business in varie zone del territorio, facendo capo a un unico soggetto – magari un’azienda multinazionale – e avendo referenti che «battono il terreno», promettendo mare e monti a ignari contadini, molti dei quali disperati per la crisi del settore e il calo dei profitti agricoli. Praticamente, si costituiscono società con poche migliaia di euro che, una volta approvato il progetto, moltiplicano il loro valore, ma che azzerano di fatto il rischio dell’investimento iniziale e abbattono i pericoli di crisi aziendali.

L’altro aspetto

I feudatari delle rinnovabili hanno escogitato un altro sistema per fare business in fretta e senza troppi pericoli, attraverso i cosiddetti «contratti di opzione uso», sottoscritti con i proprietari dei terreni. In forza del patto sottoscritto, portano avanti le pratiche di autorizzazione per la realizzazione degli impianti, confidando nella giungla di un sistema che rimpalla responsabilità tra ministero dell’Ambiente, Regione e Provincia.

Ma allo stesso tempo si scatena una gara tra i feudatari che corrono a chi fa prima a ottenere le prelazioni sui terreni, segnalati dai cosiddetti «sviluppatori», ma sarebbe più esatto catalogarli come «faccendieri», con il rischio sempre più frequente che su uno stesso terreno ci siano più società interessate che, rispetto al passato, diventano protagoniste di una guerra legale per ottenere il diritto all’uso del terreno. In sostanza, sul territorio si scatena la battaglia tra feudatari delle rinnovabili, senza che comuni e agricoltori possano toccare palla.

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