Cinquant’anni di Telenorba significano anche cinquant’anni di Sud raccontato dal Sud. Per Domenico Castellaneta, direttore dell’emittente pugliese, l’anniversario coincide soprattutto con una sfida: traghettare una delle televisioni più identitarie d’Italia nell’epoca dei social e dell’intelligenza artificiale, senza perdere quel rapporto quasi «familiare», quel filo popolare costruito in mezzo secolo con il pubblico.
Direttore, lei ha ereditato una storia enorme. Qual è stata la prima responsabilità che ha sentito sulle spalle quando ha assunto la direzione di Telenorba?
«Innanzitutto quella di consolidare una storia importante, costruita da Enzo Magistà che mi ha preceduto. Telenorba è stata uno dei primi casi in Italia di all news locale, una rete che ha continuato a trasmettere in maniera capillare. E poi c’era da custodire quel rapporto di fiducia costruito in cinquant’anni con il pubblico e con i suoi volti. Se vogliamo, Telenorba è forse la televisione più identitaria d’Italia. È un’eredità pesante, certo, ma questa ricorrenza non dev’essere soltanto un punto d’arrivo, ma anche di ripartenza. Oggi i media devono guardare continuamente a nuovi traguardi».
Per decenni Telenorba è stata una televisione profondamente popolare, quasi «di famiglia» per il pubblico pugliese e lucano. Come si conserva questa identità?
«Si conserva facendo esattamente ciò che voleva fare l’ingegner Montrone quando fondò questa televisione: vedere ciò che altri non vedevano. In quegli anni intuì che Puglia e Basilicata potevano crescere insieme. Molti grandi gruppi guardavano al Sud soltanto in termini economici. Montrone, invece, come altri grandi imprenditori meridionali, aveva anche l’idea di contribuire alla crescita collettiva. Così è cresciuta Telenorba ed è cresciuto il Mezzogiorno. È stato quasi come se televisione e comunità si fossero tenute per mano. E questa è ancora oggi la forza dell’emittente: più diventa importante, più resta connessa alla sua gente».
Con «Telenorba50» avete scelto di tornare fisicamente nelle piazze. In un’epoca dominata dagli schermi individuali e dai social, perché era importante riportare la televisione tra la gente?
«Non è una scelta casuale. Saremo una settimana in ogni capoluogo delle nostre regioni di riferimento, Puglia e Basilicata, per raccontare come sono cambiate le città e le province e per capire cosa accadrà nei prossimi anni. Perché oggi la televisione non può limitarsi a raccontare ciò che succede: deve anche avere una visione di ciò che verrà. Questa è la vera sfida».
E in questa sfida conta anche l’approfondimento?
«Credo che il futuro si giochi consolidando le proprie radici ma soprattutto puntando sulla qualità. È evidente che oggi le nuove generazioni utilizzino soprattutto gli strumenti digitali. Per questo abbiamo investito anche sul web, con il restyling del nostro sito, Telenorba.it. La sfida dei prossimi anni sarà sempre più quella dell’integrazione tra televisione, digitale e nuovi strumenti. Però la qualità passa inevitabilmente dall’approfondimento».
Tra TikTok, YouTube e informazione frammentata dei social: cosa può offrire ancora una televisione che queste piattaforme non riescono a dare?
«La televisione deve fare ciò che sa fare: offrire contenuti autorevoli. Le piattaforme sono strumenti. Vale anche per l’IA: non bisogna demonizzarla, ma nemmeno assolutizzarla. Ci sarà sempre bisogno di professionisti seri che sappiano raccogliere le notizie, realizzare servizi, scrivere per il web e soprattutto costruire una gerarchia dei fatti. Il problema della giungla dei social è che la qualità non sempre è garantita. Noi dobbiamo distinguerci continuando a garantirla».
Lei teme che l’IA possa «ingoiare» il mestiere del giornalista?
«L’intelligenza artificiale, mi passi il termine, è fondamentalmente stupida. È un agglomerato di dati. Il giornalismo invece è capacità di selezionare, gerarchizzare, comprendere cosa interessa davvero alle persone. E poi c’è un altro aspetto: l’empatia. Le emozioni. Una buona cronaca locale, che racconta la festa patronale di un borgo o ciò che accade nel più piccolo dei paesi, produce un effetto che nessuna piattaforma può replicare. Questo possono farlo soltanto i network profondamente radicati».
Nel racconto del Mezzogiorno spesso si oscilla tra folklore e cronaca nera. Qual è invece il Sud che lei vuole raccontare?
«Io voglio raccontare un Sud che non si piange addosso, che prova a rialzarsi. Un Sud fatto di imprenditori coraggiosi che, oltre a pensare al proprio – sacrosanto – tornaconto personale, vogliano contribuire alla crescita collettiva. E poi credo che il Mezzogiorno debba fare una grande operazione di consapevolezza: il mondo è cambiato, il tempo della lamentela continua è finito. Oggi ci sono nuove generazioni perfettamente in grado di prendere in mano il proprio destino. Bisogna dare loro occasioni e opportunità. E penso che anche una televisione possa fare la sua parte».
Viene dalla carta stampata. È una realtà che le manca?
«La carta stampata non si può cancellare. Ho avuto la possibilità di completare il mio percorso professionale in una grande redazione, una “squadra di serie A” come quella di Telenorba. Ho imparato molto da tutti i professionisti che hanno fatto grande questa televisione e spero di riuscire a lasciare a mia volta qualcosa. Credo molto nel gioco di squadra: bisogna avere l’umiltà di ascoltare gli altri, ma anche il dovere di trasmettere ciò che si è imparato».
Lei è padre di quattro figli. Che televisione vorrebbe lasciare loro un giorno?
«Una televisione pulita e onesta. Quando si dice che la televisione deve trasmettere valori non significa fare prediche ogni giorno. Significa fare il proprio lavoro con onestà. Le opinioni possono essere diverse, ci si può dividere, discutere, litigare. Ma sull’onestà non si può arretrare. Credo che il patrimonio più importante che io possa lasciare ai miei figli sia proprio questo».









