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Fondi europei e scadenze, Gagliardi: «Troppe norme e poche competenze»

Fondi europei e scadenze, Gagliardi: «Troppe norme e poche competenze»

Non è la capacità di spendere i fondi pubblici il vero problema degli enti locali. L’aspetto più complesso riguarda mantenere e gestire le opere realizzate grazie alle risorse europee e del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). È l’allarme lanciato da Anna Gagliardi, giurista dell’amministrazione, che individua nelle carenze di programmazione strategica, nelle competenze insufficienti e nella mancanza di una visione di lungo periodo le principali criticità dei Comuni italiani. Un tema che riguarda da vicino anche la Puglia, dove molti enti stanno accelerando sulla realizzazione degli interventi finanziati, ma rischiano di trovarsi presto davanti al conto della manutenzione e della gestione ordinaria.

Quali sono oggi le principali difficoltà dei Comuni nella gestione dei fondi pubblici?

«I problemi sono sempre gli stessi: troppe norme, poche competenze, una quantità enorme di adempimenti e cittadini che chiedono servizi sempre più complessi. È una situazione che sta mettendo in difficoltà tutti i Comuni italiani, non solo quelli pugliesi. Certamente il Mezzogiorno paga anche ritardi e criticità che si trascinano da decenni, ma il problema è ormai generale».

Quanto ha inciso l’arrivo delle risorse europee e del Pnrr?

«Molto. Non eravamo abituati a lavorare secondo la logica dei fondi europei. I precedenti strumenti finanziari, nazionali o regionali, avevano procedure diverse e spesso più elastiche. L’Europa invece ha imposto regole rigorose, rendicontazioni precise e margini di errore praticamente inesistenti. Con il Pnrr ci è stato detto chiaramente che le regole valgono per tutti e che non ci sarebbero state deroghe».

Molti Comuni stanno correndo per spendere le risorse disponibili. È sufficiente?

«No, anzi, il rischio è che ci si concentri esclusivamente sulla spesa senza interrogarsi sul futuro. Il vero problema che il Pnrr ha fatto emergere è quello relativo a chi gestirà le opere realizzate. I finanziamenti coprono gli investimenti, ma non la spesa corrente necessaria per mantenere strutture e servizi. E su questo aspetto c’è una grave carenza di programmazione».

Lei fa riferimento a una mancanza generale di strategia. Cosa intende?

«Troppo spesso si decide cosa realizzare senza partire dai dati e dai bisogni reali della popolazione. Non si progetta il servizio, non si ascoltano i cittadini e si ragiona in modo autoreferenziale. Si pensa all’opera da inaugurare, al nastro da tagliare, all’effetto immediato. Ma governare significa costruire una visione che guardi oltre la politica e il mandato elettorale».

Ritiene che questo problema sia particolarmente evidente nei piccoli Comuni?

«È sufficiente pensare ai territori che stanno vivendo un forte calo demografico. Che senso ha costruire nuove scuole se il numero dei bambini continua a diminuire? Forse sarebbe più utile condividere servizi con i Comuni vicini, organizzando una rete più efficiente. La programmazione dovrebbe partire dall’analisi dei dati e delle tendenze demografiche, non dalle intuizioni o dalle convenienze del momento».

Da dove bisogna ripartire, allora?

«Dalle competenze. Serve una grande operazione di formazione del personale degli enti locali. Senza competenze adeguate non si possono gestire strumenti complessi come i fondi europei e non si può costruire una programmazione efficace. Le opere pubbliche sono importanti, ma ancora più importante è garantire che siano sostenibili e utili nel tempo»