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Zes Unica, Damiani (Fi) la difende da la vorrebbe ridimensionare. Apertura a controlli più veloci

Da una parte chi chiede maggiori controlli sulle procedure, dall’altra il rischio di riportare il Sud nella palude della burocrazia

Zes Unica, Damiani (Fi) la difende da la vorrebbe ridimensionare. Apertura a controlli più veloci

Nove miliardi di investimenti, oltre 25mila posti di lavoro e circa 1.500 autorizzazioni. La Zes Unica corre e la politica si divide. In Puglia lo scontro diventa ancora più duro perché qui la Zona economica speciale ha già mosso miliardi e migliaia di assunzioni. Da una parte chi chiede maggiori garanzie e controlli sulle procedure, dall’altra il centrodestra che vede nelle contestazioni il rischio di riportare il Sud nella palude della burocrazia.

A guidare il contrattacco è il senatore pugliese di Forza Italia, Dario Damiani, capogruppo in Commissione Bilancio a Palazzo Madama. «Assistiamo al solito attacco ideologico contro il mondo delle imprese». Per Damiani il bersaglio non è una singola autorizzazione, ma il modello stesso della Zes: tagliare i tempi senza tagliare le tutele. «È uno strumento fondamentale di sburocratizzazione che garantisce il pieno rispetto delle tutele ambientali, aggiungendo la certezza dei tempi che la burocrazia ordinaria ha sempre negato al Mezzogiorno». Il messaggio politico è netto: controlli sì, paralisi no.

Damiani rivendica anche la battaglia condotta da Forza Italia insieme al coordinatore regionale Mauro D’Attis e ai parlamentari azzurri per trasformare la Zes in una leva strutturale della politica industriale del Sud. E mette in guardia gli avversari: «Smontare o rallentare questo modello significa voler riportare la Puglia e l’intero Mezzogiorno alla paralisi». Quindi l’affondo: «Nessuno tocchi la Zes». A dare peso alla battaglia sono soprattutto i numeri. Il Check-up Mezzogiorno 2026 di Confindustria e SRM fotografa una Zes ormai entrata nella fase operativa: a metà anno 1.402 Autorizzazioni uniche hanno attivato 9,2 miliardi di investimenti e 24.596 nuovi posti di lavoro diretti.
Damiani aggiorna ulteriormente il conto al 13 luglio parlando di circa 1.500 autorizzazioni, investimenti nell’ordine dei 9 miliardi e oltre 25mila occupati. Non sono soltanto ampliamenti di aziende già presenti. Il 45% delle autorizzazioni riguarda nuovi insediamenti, che concentrano addirittura il 65% degli investimenti e il 55% della nuova occupazione. È questo il dato che cambia la prospettiva: la Zes non serve soltanto a sostenere chi già produce al Sud, ma prova ad attirare nuove fabbriche, nuovi capitali e nuova occupazione. E la Puglia è in prima linea.

Secondo il rapporto «Verso Sud »2026, tra gennaio 2024 e aprile 2026 erano state rilasciate nel Mezzogiorno 1.250 Autorizzazioni Uniche. Ben 359 in Puglia, il 28,7% del totale, seconda soltanto alla Campania. Sul territorio pugliese risultavano già attivati 2,5 miliardi di euro di investimenti, con una ricaduta stimata di 6.777 nuovi posti di lavoro. Quasi un’autorizzazione Zes su tre, dunque, parla pugliese. Numeri che arrivano mentre il Sud mostra segnali di accelerazione. Tra il 2019 e il 2025 il Pil meridionale è cresciuto dell’8,3%, contro il 6,3% nazionale, mentre gli occupati hanno raggiunto quota 6,52 milioni. Ma il divario resta enorme: il tasso di occupazione è ancora al 50%, contro il 62,5% italiano, gli investimenti esteri restano insufficienti e la capacità di spendere rapidamente le risorse europee continua a rappresentare uno dei punti deboli del sistema.

Per questo lo scontro sulla Zes va ben oltre una polemica estiva. La questione è decidere se il Sud debba continuare a considerare normale aspettare anni per aprire uno stabilimento. La semplificazione non può diventare deregulation e le verifiche ambientali restano imprescindibili. Ma controllare non può significare bloccare. Il credito d’imposta Zes è stato inoltre confermato per 2026, 2027 e 2028, dando alle imprese un orizzonte più lungo per programmare gli investimenti. È il passaggio dalla politica degli incentivi a singhiozzo a un tentativo di programmazione industriale stabile. Ed è proprio qui che la battaglia politica si fa più dura. Per Damiani rallentare adesso significherebbe spegnere il motore proprio mentre sta prendendo velocità. In Puglia ci sono già 2,5 miliardi di ragioni per non tornare indietro. Le tutele non si discutono, i controlli nemmeno. Ma il Sud ha già pagato abbastanza il prezzo della burocrazia: se per autorizzare un investimento si torna ad aspettare anni, la Zes perde la sua ragione di esistere. E le imprese, semplicemente, vanno altrove.