Una svolta concreta verso la comunicazione digitale e i servizi online: l’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della Regione Puglia ha presentato a Bari il nuovo portale web e la web app, strumenti pensati per rafforzare il dialogo con iscritti, cittadini e istituzioni, semplificando l’accesso ai servizi e migliorando l’efficienza dell’ente. Ne parliamo con il presidente Giuseppe Vinci, partendo dal rapporto sempre più stretto tra psicologia e tecnologie digitali.
Presidente Vinci, in che modo le nuove tecnologie stanno cambiando concretamente il lavoro clinico quotidiano?
«Il Covid ci ha costretto a un apprendimento rapido e forzato, ma questi strumenti sono stati fondamentali per non interrompere il lavoro clinico. Le piattaforme di videoseduta hanno consentito di restare in contatto con le persone e oggi possiamo dire che il lavoro online è pienamente integrato nella pratica psicologica ordinaria. Attorno a questo ambito si sono sviluppate anche grandi piattaforme sostenute da importanti investimenti, perché la psicologia online è percepita come un settore in forte espansione e rappresenta una concreta opportunità occupazionale per molti colleghi. Diverso è il discorso sull’intelligenza artificiale: in medicina può offrire un supporto decisivo nell’analisi dei dati, ma in psicologia il cuore del lavoro resta la relazione. Ogni persona è un sistema complesso e in continuo cambiamento, e questo rende l’IA poco adatta al lavoro clinico vero e proprio».
Quando il setting si sposta online, cosa accade alla relazione terapeutica?
«Mi è capitato spesso di alternare sedute online e in presenza con la stessa persona, sia durante il Covid sia dopo. Se esiste una motivazione oggettiva – la distanza, problemi di salute, difficoltà logistiche – la terapia online può funzionare molto bene, anche allo stesso livello di quella in presenza. È vero che lo schermo media la relazione, ma lo sguardo, che considero il nostro principale organo relazionale, resta centrale e in alcuni casi viene colto con particolare intensità. Diverso è quando l’online diventa una scelta difensiva: se una persona potrebbe venire facilmente in studio ma preferisce restare a distanza, vale la pena interrogarsi sul significato di quella scelta. In generale, però, l’online non è una barriera e sta aiutando molte persone a fare il primo passo verso la psicoterapia».
Se pensiamo all’intelligenza artificiale come parte dell’ecosistema terapeutico, quali usi la preoccupano di più?
«L’intelligenza artificiale contiene un equivoco di fondo: dialoga come se fosse una persona, ma non lo è. Può essere utile come un manuale di autoaiuto, una pausa di riflessione, per chi non vive sofferenze importanti ed è in grado di riconoscerne limiti ed errori. Il problema nasce quando viene usata da persone con difficoltà serie, che possono affidarsi a una macchina che dà sempre ragione e non mette mai realmente in discussione. Questo rischia di creare confusione e di allontanare dalla cura. La relazione umana resta l’unico vero fattore terapeutico. Per questo credo che gli psicologi debbano conoscere e sperimentare l’IA, per capirne i limiti e anche le aspettative che genera nelle persone».
Quali bisogni psicologici emergono oggi in Puglia in relazione a social e iperconnessione?
«L’iperconnessione sta producendo effetti evidenti: equivoci, conflitti, fraintendimenti continui. Il digitale come fonte di conoscenza è straordinario, offre un patrimonio immenso di saperi e contenuti, ma come strumento di comunicazione è spesso problematico. Un messaggio scritto è ambiguo per definizione, perché manca il contesto relazionale, lo sguardo, il tono. Non si tratta di demonizzare i social, che sono parte integrante della nostra vita, ma di imparare a usarli con consapevolezza. Personalmente invito a recuperare canali più complessi: meno messaggi, più telefonate, più incontri, quando possibile».
Se dovesse immaginare un «piano Puglia» sulla salute mentale nell’era digitale, quali sarebbero le priorità che lei suggerirebbe?
«La prima è la formazione dei terapeuti sulle tecnologie digitali, per conoscerne limiti e opportunità. La seconda è l’accesso alla psicoterapia: oggi l’offerta pubblica è insufficiente e questo trasforma la cura in un lusso, creando una grave ingiustizia sociale. Servono investimenti veri sullo psicologo di assistenza primaria e sulla psicoterapia nei servizi pubblici. La terza priorità riguarda scuole e famiglie: non dire semplicemente “non usare il telefono”, ma interrogarsi su cosa si fa con questi strumenti e perché. Senza umanità non c’è cura, e nessuna tecnologia può sostituire la relazione tra persone».










