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“Monde”, Antonella Carone protagonista di “Metabolé”: «La bambina che ero si è salvata da sola» – L’INTERVISTA

In “Metabolé”, il documentario che sarà presentato al “Monde – Festa del Cinema sui Cammini”, attraversa il Mediterraneo come una presenza narrativa

“Monde”, Antonella Carone protagonista di “Metabolé”: «La bambina che ero si è salvata da sola» – L’INTERVISTA
Antonella Carone, pugliese, è protagonista del documentario «Metabolé» di Lorenzo Scaraggi

Antonella Carone non si toglie gli occhiali da sole durante tutta la conversazione. Nemmeno quando parla delle cose più intime. Sorride spesso, questo sì, ma quasi sempre un secondo dopo aver detto qualcosa di serio, come se l’ironia servisse a smorzare il peso delle cose o forse a proteggerle.

In “Metabolé”, il documentario di Lorenzo Scaraggi che sarà presentato oggi a Foggia durante il “Monde – Festa del Cinema sui Cammini”, attraversa il Mediterraneo come una presenza narrativa. E parlando di mare, memoria e identità, finisce inevitabilmente per raccontare anche sé stessa. La scogliera di Polignano dove scappava dopo aver litigato con i genitori da ragazzina, il primo contatto con suo figlio in sala operatoria, una malattia autoimmune scoperta da bambina. La paura di restare identica a se stessa. «Il mare mi piace perché lascia aperta la possibilità che tutto possa ancora succedere», dice a un certo punto. E forse è proprio questo che cerca anche lei, la sensazione di essere ancora in viaggio.

Carone, in questo documentario dice di aver scoperto cose che non si aspettava di trovare. Nella sua vita le succede spesso di partire convinta di cercare una cosa e capire poi che il vero viaggio era un altro?

«Mi succede sempre. Sono proprio le situazioni a cui inizialmente non ho dato importanza quelle che poi mi hanno portato ad approdi inaspettati. Mi è successo nel lavoro, come nella vita. Pensa che alcuni incontri fondamentali li ho fatti quando ero una ragazza e lavoravo come cameriera. Servivo ai tavoli, raccontavo qualcosa di me, e da quelle conversazioni sono nate opportunità, possibilità. È successo fin da quando avevo diciott’anni. E ancora oggi è così. Le persone che meno ti aspetti, alla fine, si rivelano decisive».

C’è un incontro che sente di averla cambiata più degli altri?

«Penso che tutte le persone che ho incontrato abbiano contribuito a creare il paesaggio intorno a me. L’altro giorno ascoltavo Chiara Valerio parlare delle relazioni – non necessariamente amorose – e diceva una cosa in cui mi sono riconosciuta tantissimo: in una relazione si diventa qualcos’altro. Ed è proprio quel diventare altro che ci fa crescere».

Non le ha mai fatto paura il fatto che un incontro possa cambiarla?

«No. Anzi, è esattamente quello che cerco. Altrimenti non avrei fatto questo mestiere».

In «Metabolé» si parla molto di ciò che resta sommerso. C’è qualcosa di Antonella Carone che per anni è rimasto sott’acqua e che solo adesso sta emergendo?

«Sì. Però lo tengo per me (ride, ndr). Se per tanto tempo qualcosa è rimasto sommerso, evidentemente un motivo c’era. Però sì, mi sta succedendo. E penso sia sano. Crescendo è giusto che affiorino cose nuove, o che cose vecchie vengano illuminate da uno sguardo diverso, da una nuova consapevolezza».

Lei dà l’idea di una donna molto ironica. Le persone ironiche spesso hanno un rapporto complicato con la malinconia: è un pregiudizio o ci siamo?

«Non so se sia malinconia. Credo abbia più a che fare con la difficoltà a lasciare andare. Forse l’ironia è un modo per esorcizzare ciò che si ha paura di perdere».

Esiste un luogo che continua a chiamarla, un posto in cui torna perché lì c’è una versione di sé che non vuole perdere?

«La scogliera del mio paese, Polignano. Però non ci torno solo perché lì c’è una versione di me che non voglio perdere. Ci torno perché lì ritrovo il mio punto di partenza. È come fare il tagliando. Tornare lì significa ricordarmi da dove sono partita. Da adolescente litigavo spesso con i miei genitori e andavo giù alla statua di Modugno. Mi sedevo lì».

Perché litigava?

«Perché ho sempre voluto fare di testa mia».

E oggi è rimasta così?

«Sì. Continuo a voler fare di testa mia (ride, ndr)».

Nel documentario attraversa luoghi pieni di passato. Se potesse tornare per un’ora in un punto preciso della sua vita, dove andrebbe?

«Al momento del parto. Al primo momento in cui ho avuto mio figlio addosso. Ricordo ancora il contatto dei nostri nasi. Io ero in sala operatoria perché avevo fatto un cesareo, e mi ricordo quel piccolo struscio tra il mio naso e il suo. Poi me l’hanno portato via per i controlli. Ma io tornerei lì. A quel momento preciso. È stato potentissimo».

C’è invece un dolore che col tempo è diventato qualcosa di bello? Non felice, bello.

«Sì. Da bambina ho avuto una malattia genetica autoimmune. Non è nulla di grave, è una cosa con cui si convive perfettamente, però è stato un passaggio importante. Oggi, da madre, penso soprattutto al dolore e allo spaesamento che devono aver provato i miei genitori quando l’hanno scoperto. Però quella esperienza mi ha costruita. Mi ha dato un fortissimo autocontrollo, mi ha insegnato a responsabilizzarmi molto presto, ad ascoltare il mio corpo, a capire che spesso ci si salva da soli. Questo mi ha resa una persona molto vigile, forse troppo. Una che non si rilassa mai davvero. Ma mi ha dato anche una forma di sano individualismo».

Dopo anni passati a interpretare personaggi diversi, oggi chi è Antonella Carone quando non deve essere niente per nessuno?

«Sto lavorando proprio su questo. Sto producendo uno spettacolo ispirato all’universo onirico di Fellini, a Il viaggio di G. Mastorna. La domanda da cui partiamo è: quando siamo davvero noi stessi? Quando possiamo dire di aver fatto qualcosa senza che quel gesto fosse influenzato da uno sguardo esterno, da una morale, da un sistema di valori? Esiste davvero un sé autentico? È difficilissimo trovarlo. Anche adesso, mentre ti rispondo, sto performando. Ed è proprio questo il punto».

Le fa più paura cambiare o restare uguale a se stessa?

«Restare identica, senza ombra di dubbio. Forse è per questo che amo il mare, i porti, i luoghi che sono sempre anticamera di qualcos’altro. Amo gli orizzonti aperti. La montagna invece mi mette a disagio: è stabile, occupa il campo visivo. Il mare no. Il mare lascia spazio all’idea che tutto possa ancora succedere».

C’è una scena di «Metabolé» che si porta dietro più delle altre?

«Sì. La storia di una statuetta egizia del IV secolo avanti Cristo ritrovata negli anni Trenta da due pescatori e da un bambino. Quel bambino la chiamava Pippo, perché pensava fosse un giocattolo. Durante le riprese abbiamo ascoltato il racconto del figlio di quel bambino, ormai anziano, e del modo in cui suo padre si era ricongiunto a quella statuetta dopo tanti anni. Sul set ho pianto. Ma non per il bambino che trovava il giocattolo. Per l’uomo anziano che lo ritrovava».

Dopo il festival, sarà lei ad aprire il Libro Possibile l’8 luglio con un monologo tratto da «Il grande dittatore di Chaplin».

«Sì. E la sfida è doppia: innanzitutto perché non mi risulta che quel monologo sia mai stato interpretato da una donna. Ma poi perché non basta dire quelle parole oggi per renderle contemporanee. Voglio costruire una piccola regia emotiva e sonora insieme a Pier Cortese, che lavorerà sull’elettronica e sulla musica sperimentale. L’idea è trasformare quel discorso in un’esperienza futuristica».