Quando si parla di biodiversità si pensa a foreste, specie animali, aree protette. Il rapporto «Business and Biodiversity» dell’«Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services» (IPBES), organismo scientifico delle Nazioni Unite, approvato nei giorni scorsi all’unanimità da 160 Paesi, invita invece a considerare la natura come infrastruttura invisibile dell’economia globale.
Ne parla Lorenzo Ciccarese, National Focal Point italiano dell’IPBES ed esperto di governance socio-ecologica. Di origini salentine e laureato a Bari, Ciccarese è stato autore e revisore di vari rapporti dell’«Intergovernmental Panel on Climate Change» (IPCC), ente vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 2007 e ha fatto parte dell’equipe che ha lavorato con il vicepresidente Usa, Al Gore.
Il recente report afferma che tutte le imprese dipendono dalla biodiversità. In che senso?
«È difficile individuare un’attività economica che non dipenda, direttamente o indirettamente, dagli ecosistemi. L’agricoltura e la pesca basano la produttività su suoli fertili, impollinazione e cicli idrici. Ma anche settori meno evidenti – assicurazioni, industria tecnologica, energia – necessitano di acqua, risorse naturali e stabilità climatica. Il punto è che queste dipendenze restano spesso invisibili nelle decisioni economiche. Negli ultimi due secoli l’economia globale è cresciuta enormemente, migliorando il benessere di milioni di persone. Parallelamente, però, il capitale naturale si è ridotto in modo significativo, erodendo le basi ecologiche che sostengono la stessa prosperità economica».
Perché è ancora così difficile orientare investimenti e sussidi verso attività favorevoli alla natura?
«Le difficoltà principali sono tre. Primo: molti impatti sulla biodiversità non compaiono nei bilanci aziendali. Mancano metriche standardizzate, dati comparabili e obblighi di rendicontazione diffusi. Persistono poi sussidi pubblici che incentivano attività dannose, generando segnali di prezzo distorti. Infine, i benefici della natura si manifestano nel lungo periodo, mentre la finanza tende a valutare i rendimenti nel breve. Senza riforme normative e fiscali coerenti, il capitale continuerà a sostenere modelli che esercitano pressioni sugli ecosistemi».
Quali settori sono oggi più esposti ai rischi del declino della biodiversità?
«I settori più esposti sono quelli che dipendono in modo strutturale dai servizi ecosistemici: agricoltura, selvicoltura e pesca in primo luogo. Il degrado ambientale riduce le rese e aumenta i costi, rendendo i mercati più instabili. Anche l’agroindustria lungo tutta la catena del valore è vulnerabile a shock nelle forniture. Costruzioni ed energia, in particolare l’idroelettrico, risentono della scarsità idrica e del deterioramento dei bacini. Il turismo legato agli ecosistemi naturali è direttamente colpito dalla perdita di qualità ambientale». Una transizione verso modelli più sostenibili potrà comportare costi per alcuni comparti ad alta pressione sugli ecosistemi, ma aprirà opportunità in agricoltura rigenerativa, bioeconomia, restauro ecologico e finanza verde. Si tratta di una riallocazione del valore, non della sua scomparsa».
Il report parla di «rischi sistemici». Cosa significa concretamente?
«Significa che la perdita di biodiversità non è un problema confinato a un singolo settore. Attraversa le catene globali del valore e coinvolge i sistemi finanziari. La riduzione della capacità della natura di fornire servizi essenziali – regolazione climatica, fertilità dei suoli, ciclo dell’acqua – aumenta rischi fisici, operativi e finanziari per le imprese. Clima e biodiversità interagiscono e si rafforzano a vicenda, amplificando instabilità economica e tensioni sociali. Per questo si parla di rischio sistemico».
Le imprese stanno iniziando a misurare seriamente il proprio impatto sulla natura?
«Ancora in modo limitato. Meno dell’1% delle aziende che pubblicano report affronta esplicitamente il tema della biodiversità. Gli strumenti esistono: analisi del ciclo di vita, indicatori sullo stato degli ecosistemi, modelli economico-ambientali, approcci territoriali, ma servono dati affidabili e comparabili. Non è una questione puramente tecnica: misurare significa comprendere come le attività economiche interagiscono con la natura e integrare questa consapevolezza nelle strategie aziendali».
Qual è il ruolo dei governi? Meglio incentivi, obblighi o strumenti di mercato?
«Non esiste una soluzione unica. I governi devono creare un contesto favorevole: riformare sussidi dannosi, fissare regole chiare e trasparenti, introdurre incentivi per soluzioni basate sulla natura e sviluppare strumenti finanziari adeguatamente regolati. Obblighi normativi garantiscono standard minimi; incentivi sostengono l’innovazione; strumenti di mercato possono orientare capitali significativi. L’efficacia dipende dalla loro integrazione coerente in una strategia pubblica stabile e di lungo periodo».
Guardando ai prossimi dieci anni, qual è il cambiamento più urgente per il mondo delle imprese?
«Integrare la biodiversità in tutte le decisioni aziendali. Non basta ridurre gli impatti negativi: occorre adottare approcci rigenerativi, contribuendo al ripristino degli habitat e alla conservazione della diversità genetica. Significa ripensare le catene del valore, rafforzare la trasparenza e collaborare con istituzioni, finanza e comunità locali. Solo così le imprese potranno diventare attori centrali nella tutela della natura e nella costruzione di un’economia più resiliente, capace di garantire prosperità anche alle generazioni future».










