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Aree interne in Puglia, Leuzzi: «Serve un nuovo modello: la resilienza non è resistenza» – L’INTERVISTA

Parte oggi un percorso in cinque tappe, dal Foggiano al Salento, che coinvolgerà amministratori, comunità e realtà produttive e sociali

Aree interne in Puglia, Leuzzi: «Serve un nuovo modello: la resilienza non è resistenza» – L’INTERVISTA

Parte oggi da Castelluccio Valmaggiore, sui Monti Dauni, il tour della Regione Puglia dedicato alle Aree interne. Un percorso in cinque tappe, dal Foggiano al Salento, che coinvolgerà amministratori, comunità e realtà produttive e sociali. Sul tavolo ci sono oltre 75 milioni di euro destinati a sostenere lo sviluppo di questi territori.

Ma la sfida, prima ancora che finanziaria, è culturale e politica. Si tratta di evitare che le aree più fragili vengano considerate soltanto luoghi da promuovere turisticamente, riportando al centro servizi, lavoro e qualità della vita. A guidare il percorso è l’assessora regionale con delega alle Aree interne, Marina Leuzzi, che delinea un cambio di prospettiva.

Assessora, come nasce l’idea del tour?

«Dalla volontà di conoscere, incontrare e promuovere questi territori, i loro amministratori e le esperienze che hanno maturato. Abbiamo davanti un’importante opportunità finanziaria per infrastrutture culturali e turistiche, rigenerazione urbana e paesaggistica. Prima di decidere come utilizzarla, però, vogliamo ascoltare. Anche i progetti del passato, con i loro successi e i loro fallimenti, possono aiutarci a individuare le priorità future».

Qual è il modello di sviluppo che avete in mente?

«Non vogliamo trasformare le Aree interne in un nuovo prodotto da vendere sul mercato del turismo speculativo. Dietro una destinazione apparentemente attrattiva possono esserci luoghi e comunità fantasma. Le Aree interne devono diventare il laboratorio di un modello di sviluppo diverso, che rispetti chi le abita e migliori la qualità della vita».

Che cosa significa, concretamente, permettere alle persone di restare?

«Restare non è resistere. Le persone scelgono di restare quando possono lavorare, curarsi, crescere i figli e mandarli a scuola senza dover pagare il prezzo di sacrifici enormi. Non si può chiedere a questi territori di esistere soltanto per resistere. Servono strumenti per costruire il futuro, attraverso innovazione, tutela del territorio, accoglienza, capacità produttiva e nuovi immaginari di comunità».

Lo spopolamento riguarda soprattutto i giovani. Come si può invertire la tendenza?

«È una delle emergenze che i Comuni affrontano ogni giorno, insieme a una crisi economica strutturale che ha impoverito gran parte della popolazione. Oggi molti amministratori sono costretti a rincorrere bandi e opportunità per dare ossigeno alle comunità, rischiando però di sacrificare la visione strategica. Per questo puntiamo su azioni capaci di costruire prospettive, non soltanto sul finanziare singoli interventi».

Quale ruolo svolge la Regione in questo percorso?

«Quello di essere una cabina di regia e un supporto costante. Il tour nasce proprio con questo spirito: mettere in comune conoscenze e strumenti efficaci per una nuova crescita. Non vogliamo creare un brand da esportare, ma un racconto diverso, in grado di mettere al centro i diritti, ridurre l’isolamento e restituire centralità a territori che rappresentano più del 20% dei Comuni pugliesi».

La parola chiave sembra essere, dunque, collaborazione?

«È la strada obbligata. Dobbiamo costruire una collaborazione autentica tra Regione, Comuni, comunità e realtà produttive ed economiche. Fare rete significa coniugare benessere, ricchezza distribuita, salvaguardia dei servizi, innovazione e formazione. È una sfida che riguarda le Aree interne, ma anche l’intero Mezzogiorno. L’obiettivo deve essere la possibilità di costruire un futuro di esistenza consapevole e sostenibile».