Ieri sera, a Democratia 2026, il pensiero di Franco Cassano è tornato a interrogare il presente a partire da una delle sue parole più fertili: margine. Nel piazzale delle Agavi, a Marina di Andrano, Franco Chiarello, già professore ordinario di Sociologia dei processi economici e del lavoro dell’Università di Bari, ha tenuto una lectio dal titolo Rigenerare il margine: ripensare le aree fragili con Franco Cassano, nell’ambito del focus dedicato al sociologo barese, intellettuale tra le voci più autorevoli del meridionalismo contemporaneo, uomo di sinistra, parlamentare del Pd e tra i padri della «Primavera pugliese».
A trent’anni dalla pubblicazione del Pensiero meridiano, Chiarello ha scelto una verifica sul campo: che cosa possono ancora dire le categorie di Cassano alle aree interne, ai territori fragili? Professor Chiarello, la sua lectio parte dai trent’anni del «Pensiero meridiano». È una celebrazione di Franco Cassano?
«Non la definirei così. È piuttosto il tentativo di saggiare le categorie del Pensiero meridiano rispetto alla tematica delle aree interne, delle aree fragili, del margine. A trent’anni dalla pubblicazione del libro di Cassano, mi interessa capire se quelle categorie siano ancora capaci di leggere il presente. Per questo partirò da alcuni esempi, soprattutto da Andrano, per mostrare che cosa significa oggi essere un’area interna: spopolamento, crisi della natalità, crescita della popolazione anziana. In quel comune gli over 65 sono passati dal 18 per cento del 2001 a quasi il 30 per cento del 2024. A questo si aggiunge un saldo migratorio negativo, non compensato da un aumento della popolazione straniera residente. È dentro questo quadro concreto che va interrogata l’attualità di Cassano».
Perché il margine è una categoria così importante nel pensiero di Cassano?
«Per Cassano osservare la modernità dai suoi margini comporta guadagni conoscitivi molto ingenti. Dal margine si vede meglio l’intero, non soltanto il centro della scena. Il Sud e i suoi margini non sono “altro” dalla modernità, ma rappresentano un’altra modernità possibile. Il Pensiero meridiano non è il rifiuto dell’Occidente, ma l’idea di un altro Occidente possibile. Questo altro sguardo si fonda su alcune categorie decisive: la misura, il rapporto tra terra e mare contrapposto al nichilismo oceanico, la capacità di tenere insieme pensieri divergenti, i dissòi logòi, e soprattutto l’autonomia. Autonomia significa che il Sud non si lascia definire dallo sguardo dell’altro, ma diventa soggetto di pensiero e non oggetto del pensiero del Nord».
Le aree interne aggiungono però una scala ulteriore a questo ragionamento. In che senso?
«Le aree interne introducono il margine del margine. Non parliamo soltanto del margine rappresentato dal Mediterraneo e dal Mezzogiorno, ma del margine dentro il Sud. Le aree interne sono marginalizzate due volte: rispetto al Nord, ma anche rispetto al centro del Sud. Per questo l’espressione “aree fragili” e quella “aree interne” possono essere lette insieme. Il Sud è complessivamente fragile, ma le aree periferiche del Sud lo sono due volte, perché si trovano ai bordi di un centro che si è formato anche all’interno dello stesso Mezzogiorno».
In queste aree, nonostante spopolamento e desertificazione, lei individua ancora forme di autonomia. Quali sono?
«Ne intravedo tre. La prima è la restanza, cioè la scelta minoritaria ma reale di tante persone di restare in questi territori. La seconda è la tornanza, anche questa non estesissima ma esistente: persone che tornano nei luoghi di origine. La terza è la socialità di resistenza, cioè la capacità delle comunità, pur dentro processi di desertificazione, di conservazi come spazi di misura. I barlumi di queste tre forme di autonomia li vediamo in molte scelte individuali. Ma la mia tesi è che non basti affidarsi ai processi spontanei. Serve il supporto di politiche specifiche per la rigenerazione dei margini. Non una strategia omologata o omologante, ma una strategia meridiana, capace di conservare il focus sull’autonomia di queste aree e sulla loro capacità di pensare se stesse».
Quale politica servirebbe, allora, per rigenerare davvero questi margini?
«Bisogna distinguere. La Strategia nazionale per le aree interne del 2014, legata al lavoro di Fabrizio Barca, poteva essere letta, con le categorie di Cassano, come una forma di localismo virtuoso: affidava ai Comuni e ai soggetti locali l’obiettivo di rigenerare i territori. Naturalmente si è scontrata con lentezze burocratiche, incapacità progettuali e difficoltà dei governi locali. Il Piano strategico nazionale per le aree interne del 2025, invece, mi sembra rischiare un assistenzialismo territoriale terminale: prende atto dello spopolamento quasi come se fosse irreversibile e finisce per dire che questi territori vanno fatti sopravvivere, ma senza una vera prospettiva di rigenerazione. Io credo, invece, che esista ancora una finestra di opportunità: le tecnologie digitali allentano il legame tra lavoro e territorio, i costi sono ancora contenuti, la qualità della vita può rendere attrattive queste aree. La domanda è se le politiche sapranno cogliere questa finestra prima che si chiuda».
Che cosa resta, allora, del metodo di Cassano davanti alle fragilità di oggi?
«Resta moltissimo. Cassano ci ha insegnato a diffidare dello sguardo che il centro produce sul margine, perché quello sguardo non è mai neutro: produce retroattivamente gli effetti che dice di descrivere. La stessa diffidenza va applicata al linguaggio dell’irreversibilità che circola in alcuni documenti di policy. La sfida è tenere insieme la visione della misura e la materialità delle politiche pubbliche. Non basta una rivalutazione culturale del margine: servono innovazione, sostegno all’imprenditorialità locale, servizi di qualità, housing accessibile, valorizzazione del territorio, protagonismo degli anziani come custodi del territorio stesso. Non ho un decalogo di policy per le aree interne. Quello che cerco di restituire è un metodo: guardare il margine senza lo sguardo di chi lo giudica dal centro, senza per questo smettere di vedere ciò che materialmente in quel margine manca».
