Bari, Corato, Foggia e Taranto. Sono queste le città pugliesi dove si registra la maggiore incidenza di aggressioni ai danni del personale sanitario. Una geografia della violenza che racconta un’emergenza ormai strutturale. Basti pensare che, solo nel 2024, gli episodi in Puglia hanno fatto registrare un incremento del 180 per cento rispetto all’anno precedente.
Una crescita «senza precedenti», come la definisce il presidente nazionale del Sindacato Medici Italiani (SMI), Ludovico Abbaticchio. «In Puglia c’è stato un aumento significativo delle aggressioni non solo ai medici, ma anche agli operatori sanitari – denuncia Abbaticchio, indicando un trend che colpisce soprattutto le donne – personale sanitario più facilmente aggredibile è quello femminile, perché una donna medico o infermiera viene percepita come più vulnerabile nella mentalità dell’aggressore».
Secondo lo SMI, la violenza si manifesta soprattutto con minacce e insulti, ma non mancano i casi di aggressioni fisiche. Le zone con maggiore incidenza sono quelle in cui il pronto soccorso è sotto pressione, dove pesa il sottodimensionamento dell’organico. «Se questi medici vanno via – avverte Abbaticchio – spesso si parla anche di carenza di personale. La sicurezza è fondamentale».
Il fenomeno non riguarda solo gli ospedali. Sempre più a rischio sono anche i medici di medicina generale, schiacciati tra crescente mole di lavoro, carenza di risorse e aspettative spesso irrealistiche da parte dei pazienti. Un contesto che alimenta tensioni e, nei casi peggiori, episodi di violenza. Il problema si intreccia con criticità nazionali già note.
Nel quinquennio 2019-2023 l’Inail ha registrato in Italia quasi 12mila infortuni da aggressione nel settore sanitario e socio-assistenziale: un dato ritenuto sottostimato, anche perché non comprende i liberi professionisti, tra cui medici di famiglia e guardie mediche. A livello nazionale, l’Osservatorio sulla sicurezza degli operatori sanitari segnala per il 2024 oltre 18mila aggressioni, con circa 22mila professionisti coinvolti.
Sul fronte normativo, Abbaticchio interviene anche sul recente Ddl Delega sulle professioni sanitarie: «Non si tratta di uno scudo penale. Nel testo è assente la definizione di colpa grave e sarà il giudice a valutarla di volta in volta. Il rischio è che, nel concreto, per i medici non cambi nulla». E aggiunge: «Bisognava rispondere con più decisione: la medicina difensiva costa 12 miliardi l’anno, e ci sono 300mila cause pendenti. Il provvedimento varato potrebbe essere un’occasione persa».
Fondamentale, secondo il sindacato, è investire nella prevenzione: telecamere, personale di sicurezza, protocolli adeguati e soprattutto formazione. «Non è pensabile lasciare una donna medico da sola di notte in guardia. Parliamo di un servizio pubblico abbandonato dal sistema di investimento finanziario», sottolinea Abbaticchio.
La formazione, spiegano gli esperti, ha un ruolo decisivo: tecniche di de-escalation, gestione dello stress, comunicazione efficace. Un percorso continuo per trasformare le situazioni critiche in opportunità e tutelare la sicurezza degli operatori. Ma la radice del problema resta strutturale. La violenza costa, con giornate di lavoro perse, sostituzioni, danni alle strutture, costi assicurativi e legali, calo della qualità dell’assistenza. Soprattutto, spinge i giovani a lasciare la professione.
«Le aggressioni rappresentano la prima motivazione di fuga di tanti medici», ricorda Abbaticchio. La conclusione è, dunque, netta: «Servono interventi strutturali e più risorse per reclutare nuovo personale, ridurre le attese nei pronto soccorso, assumere sicurezza e rafforzare la sanità territoriale». Solo così sarà possibile invertire una tendenza che, oggi, mette a rischio non solo i professionisti, ma l’intero sistema sanitario.










