L’abbigliamento di bassa qualità diventa rifiuto dopo 6-7 usi e crea gravi problemi ambientali. Il fast fashion in Puglia equivale a 1.000 tonnellate di rifiuti l’anno in più da smaltire Una nuova emergenza sta mettendo in crisi il settore dello smaltimento anche in Puglia. Parliamo di quella che comunemente viene conosciuta come «fast fashion», alla lettera «moda veloce». Si tratta dell’abbigliamento cosiddetto «usa e getta»: capi di bassa qualità, solitamente prodotti in Paesi asiatici con basse garanzie per i lavoratori, frutto di acquisti compulsivi spesso effettuati on line, che in media indossiamo 6-7 volte e poi trasformiamo in rifiuto.
Il problema è che questi tessuti sintetici, derivati in molti casi dal petrolio, non solo impiegano secoli a degradarsi, ma a ogni lavaggio rilasciano microplastiche che possono danneggiare gli ecosistemi marini. Secondo gli studi più recenti di numerose associazioni ambientaliste, il fast fashion è responsabile fino al 10% delle emissioni globali di gas serra, e non solo: l’industria tessile fa largo uso di sostanze chimiche, molte delle quali pericolose per l’ecosistema e per la salute umana. Basti pensare che tra le 3.000 usate nei processi di lavaggio e tintura, almeno 250 sono note per essere pericolose. Inoltre la produzione di una singola maglietta richiede fino a 2.700 litri d’acqua.
Una crescita costante
In Puglia, come in altre regioni, in media acquistiamo ogni anno 20 kg di capi d’abbigliamento a testa tra maglie, vestiti, pantaloni, giacche, scarpe e accessori. E il dato è in costante aumento. Secondo i report dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, siamo passati dai 9.416 tonnellate di rifiuti tessili prodotti nel 2019 ai 14.582 del 2024 (ultimo dato disponibile). Una crescita rapida, di mille tonnellate l’anno. Oltre un terzo prodotto nella sola provincia capoluogo (5.455), seguita da Bat (2.775), Lecce (1.801), Foggia (1.781), Brindisi (1.522) e Taranto (1.246). In pratica ogni pugliese butta nella spazzatura all’incirca 3,5 kg di abbigliamento ogni anno, l’equivalente più o meno di 20 t-shirt.
Seppure la raccolta differenziata degli abiti usati è attiva in molti comuni, con aziende specializzate che operano nella gestione di questi rifiuti trasformando gli indumenti usati in materia prima seconda, oggi solo il 20% viene riciclato o comunque recuperato in qualche modo. Spesso si tratta di materiali di così bassa qualità che il recupero non è conveniente, dati i costi di raccolta che superano i 300 euro a tonnellata. Per questo l’80% finisce in discarica, sommandosi ai già esosi costi di smaltimento degli altri materiali.
Il problema ambientale. Ma questo non è l’unico problema. Il rifiuto tessile non è un materiale omogeneo: non è rappresentato solo dai vestiti, ma anche da altri materiali, tra cui gli scarti tessili prodotti a livello industriale. Per questo una bella fetta, circa il 13%, è oggetto di export, di solito verso Paesi africani.
Ghana e Kenya in particolare sono diventati le discariche globali degli scarti tessili occidentali. Milioni di capi di abbigliamento invenduti o di seconda mano, alimentati dal modello fast fashion, arrivano ogni settimana, soffocando l’economia locale e creando disastri ambientali e sanitari devastanti.
Le nuove norme Ue
Dal prossimo 19 luglio 2026, per far fronte a questa vera e propria emergenza planetaria, entrerà in vigore il Regolamento 2024/1781 che vieta alle grandi aziende di bruciare o mandare al macero vestiti e calzature non venduti, obbligandole a dichiarare i volumi scartati e promuovendo riuso e riciclo. L’obbligo scatterà per le medie imprese a partire dal 2030.
