Lavoratrici e lavoratori della Natuzzi Spa hanno incrociato le braccia davanti ai cancelli degli stabilimenti di Santeramo in Colle e Altamura per protestare contro il piano di ristrutturazione dell’azienda che mette a rischio tra i 700 e i 900 posti di lavoro tra Puglia e Basilicata.
L’adesione alla mobilitazione è stata massiccia con la protesta ha paralizzato gli stabilimenti con presidi di un’ora davanti ai cancelli.
Secondo le sigle sindacali, l’adesione ha raggiunto il 90% tra gli impiegati e il 100% sulle linee di produzione. I lavoratori, riuniti sotto le bandiere di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, hanno manifestato il proprio fermo no alla chiusura delle sedi e alla vendita del sito di Ginosa. «Non è più accettabile che le inefficienze organizzative aziendali vengano sistematicamente scaricate sui lavoratori», hanno dichiarato i rappresentanti sindacali pugliesi, definendo inaccettabile uno smantellamento che non offre prospettive future credibili.
La vertenza si è contestualmente spostata sul piano politico-istituzionale. I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil di Puglia e Basilicata – Gigia Bucci, Fernando Mega, Antonio Castellucci, Vincenzo Cavallo, Stefano Frontini e Vincenzo Tortorelli – hanno inviato una lettera congiunta ai parlamentari delle due regioni.
Nella missiva, i sindacalisti sollecitano un intervento immediato presso il ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) per bloccare le azioni unilaterali dell’azienda.
I sindacati pongono l’accento sul forte contrasto tra la volontà di delocalizzare e il sostegno pubblico ricevuto dalla holding negli anni, citando i benefici della Legge 488 e di due accordi di programma regionali. «Si tratta di un piano che contribuisce a un ulteriore impoverimento industriale delle nostre comunità», sottolineano i segretari, annunciando che lo stato di agitazione proseguirà negli stabilimenti di Jesce 2 e Graviscella fino a quando non verranno fornite rassicurazioni concrete sul rientro della produzione in Italia.










