C’è una storia che torna a farsi sentire, e lo fa entrando nella corsa al Premio Strega 2026. È quella di Bianca Garufi, scrittrice, partigiana, psicoanalista junghiana, per troppo tempo ricordata quasi esclusivamente per il suo legame con Cesare Pavese. A riportarla al centro è Marialaura Simeone con “Un fuoco grande. Bianca Garufi”, pubblicato da Les Flâneurs Edizioni nella collana «Le Innominate», diretta da Annachiara Biancardino. A proporre il libro allo Strega è stato Giuseppe Lupo, che ne ha sottolineato la forza letteraria e politica.
Oltre l’ombra di Pavese
«Bianca Garufi è stata sempre raccontata attraverso il rapporto con Cesare Pavese: musa di, amata da, al massimo collaboratrice, ma mai attraverso la sua singolare e specifica opera», osserva Simeone. Il punto di partenza è proprio questo scarto: sottrarre Garufi a una narrazione riflessa, restituendole complessità e autonomia. «Ho voluto restituire la voce a una donna raccontata solitamente attraverso il legame con il personaggio maschile, come accade per molte», spiega l’autrice, richiamando esplicitamente la missione della collana. Garufi è stata scrittrice, partigiana e una delle prime e tra le più affermate psicoanaliste junghiane, una figura al crocevia di letteratura, Resistenza romana, femminismo. Eppure rimasta a lungo in ombra. Per Simeone, il libro è anche il tassello di un percorso più ampio: «Da diversi anni ho iniziato il recupero di voci femminili dimenticate, essenziali ad allargare lo sguardo di tutti, non solo delle donne».
Il simbolo del fuoco
Il titolo dialoga apertamente con Il fuoco grande, il romanzo scritto da Pavese e Garufi, ma si carica di un significato ulteriore. «Nel libro il fuoco grande richiama naturalmente il titolo del libro che Pavese e Garufi hanno scritto a quattro mani, ma rappresenta anche quella forza interiore che spinge ogni donna a cercare un posto nel mondo, a scrivere, ad amare, a esporsi, a ribellarsi». Il fuoco diventa così metafora di un’energia archetipica, di una tensione verso l’individuazione. «Volevo parlare di lei, assurgendola a simbolo di tutte le innominate della Storia, ma volevo anche parlare di me e di tutte le donne comuni, che in un’ideale genealogia femminile possano giungere a quello che Jung chiama “processo di individuazione”».
Una biografia contro gli schemi
Il libro si presenta come una biografia narrativa che intreccia racconti, documenti, materiali epistolari. Ma Simeone va oltre il semplice recupero documentario, per seguire una logica non lineare, simbolica, stratificata e ricca di rimandi interiori, di citazioni, di frammenti di pensiero. È una scelta precisa: «Spesso nei recuperi delle scrittrici si tende a raccontare le loro vite, ma le opere restano inesplorate. Volevo che la sua voce si confondesse con la mia, volevo che si amplificasse e diventasse motivo di riflessione ulteriore per chi legge». La contaminazione tra documento e invenzione, tra rigore filologico e apertura immaginativa, è uno degli elementi che Giuseppe Lupo ha definito come un gesto di «nemesi letteraria» verso le voci rimosse.
Il mito, la Sicilia, l’inconscio
Nata a Roma da famiglia siciliana, Garufi trascorse le estati giovanili a Letojanni. «Questo legame con la Sicilia e il suo “sostrato mitico” influenzò profondamente la sua produzione letteraria», ricorda Simeone. Il mito, nel libro, non è decorazione ma struttura portante: «Il richiamo al mito attraversa profondamente anche il mio libro, come serbatoio di temi, come simbolo di un inconscio collettivo e come narrazione capace di amplificare l’interiorità ma anche di “curare”». Psicoanalisi junghiana, tarocchi, il dàimon di Hillman, il femminismo, la grande Storia e le storie dimenticate: «Sono tanti i personaggi, così come le suggestioni, utilizzati per ricostruire la vita di Bianca ma anche per dare una forma nuova al genere biografico. Volevo raccontare una storia, ecco tutto. E ho scelto una delle più belle che mi è capitato di incontrare, capace di dire tutto ciò che ho più a cuore». Con la forza di un fuoco che torna a brillare.










