SEZIONI
SEZIONI
Bari
Sfoglia il giornale di oggiAbbonati

“Tripla eco”, un temporale che non arriva mai: l’amore e la guerra secondo H.E. Bates

H.E. Bates scrive Tripla eco (Adelphi) lentamente, per più di venticinque anni, come se questa storia avesse bisogno di sedimentare prima di trovare la propria forma. Pubblicato nel 1970, il racconto porta con sé la memoria di un’intuizione nata durante la guerra, quando l’Europa era attraversata da una violenza che non sempre si mostrava in…
l'edicola

H.E. Bates scrive Tripla eco (Adelphi) lentamente, per più di venticinque anni, come se questa storia avesse bisogno di sedimentare prima di trovare la propria forma. Pubblicato nel 1970, il racconto porta con sé la memoria di un’intuizione nata durante la guerra, quando l’Europa era attraversata da una violenza che non sempre si mostrava in battaglia ma spesso si depositava nelle vite quotidiane. È proprio questo deposito silenzioso il vero materiale del libro: non la guerra in sé, ma la sua pressione invisibile sui corpi e sulle relazioni.

È il 1942. Alice Charlesworth vive in una piccola fattoria isolata, lontana dalle strade principali, circondata da fango, nebbia e alberi. Il marito è prigioniero dei giapponesi. La sua esistenza è fatta di gesti ripetuti, di sopravvivenza agricola, di solitudine. Bates costruisce questo spazio con precisione tattile: la casa di mattoni rossi, il tetto di lamiera, il fienile, la terra difficile da lavorare. Non c’è alcun simbolismo esplicito, ma tutto sembra già segnato da una stanchezza profonda, come se il mondo si fosse ristretto attorno a quella fattoria. Quando Barton, giovane soldato in licenza, entra in scena, il tempo sembra rallentare. Non è un eroe e nemmeno un ribelle: è inadatto all’esercito, fuori posto, come se la divisa non fosse la sua, come se la guerra non fosse mai stata davvero la sua guerra. Figlio di contadini, cammina per la campagna nelle ore libere, attratto dalla fattoria di Alice come da un ricordo domestico. Tra i due nasce un’intimità fatta più di bisogno che di desiderio. Alice ritrova una forma di femminilità dimenticata; Barton, aiutando nei lavori, sembra sostituire il marito assente. Bates racconta questa trasformazione senza enfasi. La relazione cresce come cresce l’erba nei campi, lentamente, inevitabilmente. Ma proprio questa naturalezza contiene già il germe della catastrofe. Quando Barton decide di disertare, l’intimità si trasforma in complicità. L’amore diventa un vincolo e la guerra, che sembrava lontana, rientra nella storia sotto forma di paura.

Il travestimento

La parte più sorprendente del racconto è il modo in cui Bates introduce il tema dell’identità. Per nascondere Barton, Alice lo costringe a travestirsi da donna. Non c’è nulla di caricaturale o ironico in questa scelta. Il travestimento diventa una condizione mentale prima ancora che fisica. Barton si muove nella casa come una presenza sospesa, fragile, quasi irreale. Per un testo scritto a metà del Novecento, questa esplorazione della fluidità identitaria ha qualcosa di perturbante. Bates non la trasforma in teoria: la lascia esistere come esperienza concreta, ambigua, instabile. I rapporti di forza tra Alice e Barton cambiano continuamente. Chi protegge chi? Chi controlla chi? La fattoria diventa una trappola costruita da entrambi. Il lettore avverte che qualcosa sta per accadere, ma Bates evita accuratamente di mostrarlo.

La catastrofe invisibile

L’equilibrio precario della storia si spezza quando arrivano i due militari. Bates costruisce la scena con una lentezza quasi crudele: prima la divisa, poi le parole cortesi dell’ufficiale, infine lo sguardo del sergente, insistente e penetrante, che osserva Alice con una curiosità troppo attenta per essere casuale. Non accade nulla di esplicito, e proprio per questo la tensione diventa insostenibile. La guerra, che per mesi era rimasta fuori campo, entra nella storia senza bisogno di annunciarsi. Il sergente capisce prima di tutti. Non perché sappia qualcosa di preciso, ma perché riconosce una crepa nella normalità di quella fattoria isolata. La sua presenza introduce un ordine diverso, impersonale e inevitabile, che Alice e Barton non possono più sospendere. Da quel momento il racconto sembra già concluso, anche se Bates non mostra l’evento finale. La forza di Tripla eco sta in questa sottrazione. La tragedia non viene rappresentata, ma resa inevitabile. Come il temporale che rimane intrappolato tra le colline, anche la violenza resta sospesa nell’aria, pronta a scaricarsi fuori dalla pagina. Quella casa, che per un’estate era stata un rifugio, si rivela una trappola costruita dalla solitudine e dal bisogno. La «tripla eco» del titolo non è quella della guerra combattuta altrove, ma quella dei gesti che si ripetono quando due vite cercano di sottrarsi alla realtà. Come in un film di Visconti, il grande spettacolo della vita si consuma dietro le quinte, nell’ombra, fuori dalla scena, e alla fine non resta che il rumore lontano del destino che si compie. Nel silenzio finale del racconto rimane soltanto questo: la consapevolezza che l’illusione può durare a lungo, ma non abbastanza da cambiare il mondo che la circonda.

CORRELATI

Libri","include_children":"true"}],"signature":"c4abad1ced9830efc16d8fa3827ba39e","user_id":1,"time":1730895210,"useQueryEditor":true,"post_type":"post","post__in":[486013,484963,481193],"paged":1}" data-page="1" data-max-pages="1" data-start="1" data-end="3">

Lascia un commento

Bentornato,
accedi al tuo account

Registrati

Tutte le news di Puglia e Basilicata a portata di click!