Non è facile scrivere di un libro come «Restituzione» (Interno Libri) senza cadere in due trappole: prenderlo troppo sul serio o non prenderlo abbastanza. Ilaria Palomba costringe a stare su quella linea sottile in cui la scrittura non è più esercizio di stile, ma nemmeno semplice sfogo. È qualcosa di più esposto, una lingua che tenta di reggere un’esperienza senza filtrarla.
Lontana dalla raccolta tradizionale, l’opera è un organismo compatto, attraversato da una tensione continua che non concede vere pause. La divisione in sezioni – «Alluvione», «Catabasi», «Ascesi», fino a «Mistica» – suggerisce un percorso, ma il movimento non è lineare. Si procede per ritorni, ossessioni, rilanci. Eppure più che un viaggio, è una permanenza in uno stato. Il punto di partenza resta sempre lo stesso: la frattura tra corpo e linguaggio. «Se io non fossi l’acerbo sventrato / ma il verbo dell’oltre» dichiara una posizione.
Da una parte la carne, dall’altra la parola: il libro abita questa distanza senza mai colmarla. Il corpo, infatti, non è mai neutro. È ferito, esposto, attraversato: «la carne si strazia e tormenta». Il dolore non viene sublimato, resta materia. In questo senso, più che alla tradizione lirica italiana, Palomba sembra avvicinarsi a una linea più estrema, che ha in Antonin Artaud uno dei suoi punti di rottura: la lingua come luogo in cui il corpo insiste, senza essere addomesticato.
L’essere come eccesso
Uno degli aspetti più riusciti è il modo in cui viene messa in crisi l’idea di identità. L’io non è mai stabile: è attraversato da una molteplicità che non cerca sintesi. «io sono la prostituta e la santa / io sono la sposa e la vergine» arriva come una dichiarazione ontologica. L’identità è una sovrapposizione di stati incompatibili, e la scrittura non li ordina. Qui affiora una parentela più precisa, quella con Marina Cvetaeva: la stessa vocazione a tenere insieme gli estremi senza cercare equilibrio, la stessa idea di un io che esiste solo nella sua tensione. Il verso insiste, ritorna, accumula immagini fino a sfiorare la saturazione. È un tratto che divide: può risultare ipnotico o respingente, difficilmente neutro. Il rischio è evidente, una certa uniformità di intensità, una tendenza a non modulare. Ma è anche la condizione perché il libro tenga nei suoi momenti migliori, quando questa lingua incontra un dato concreto e smette di essere solo simbolo.
Il desiderio di sparire
C’è un motivo che attraversa tutto il libro: la sparizione. Fuori da ogni posa, è come tensione continuamente evocata e subito corretta. «Non ho mai vinto la bramosia / di esserci e sparire», scrive, per poi aggiungere che la sparizione è un’illusione: «sei sempre nel mondo, chiunque può vederti». È qui che «Restituzione» evita la scorciatoia del nichilismo estetico. Non c’è compiacimento del vuoto. C’è piuttosto un attrito costante tra il desiderio di uscire dalla scena e l’impossibilità di farlo. In questo punto il libro si avvicina, quasi controvoglia, a una figura come Robert Walser: non per tono, ma per quella stessa tensione a sottrarsi al mondo senza riuscire davvero a uscirne. Solo che dove Walser alleggerisce, Palomba resta dentro la ferita.
Non si esce indenni da un libro così. Non perché sia più violento o più vero di altri, ma perché non concede distanza, non costruisce un luogo da cui guardarlo. A un certo punto ti accorgi che non lo stai più leggendo: stai misurando quanto riesci a restare dentro quella lingua senza arretrare. E forse è questo che resta, più dei versi, più delle immagini, la sensazione precisa di essere stati lì, anche solo per qualche pagina, senza poter fingere di essere altrove.










