È da pochi giorni in libreria per le edizioni baresi Les Flâneurs Ragazzi con l’aureola, il nuovo romanzo di Costanza F., un testo che scava nel lato più inquieto dell’adolescenza, tra amicizia, amore e ribellione.
Ambientato in una provincia toscana sospesa e claustrofobica, il libro racconta la deriva di quattro giovani che trasformano la passione per la letteratura in un gioco pericoloso, fino a confondere immaginazione e realtà. Un racconto che, pur muovendosi nel registro dark, intercetta una questione profondamente contemporanea: il rapporto tra i giovani e i luoghi della loro formazione, a partire dalla scuola, sempre più percepita come spazio ambivalente, tra appartenenza e distanza, tra ascolto e incomprensione. In questo scenario, il romanzo si inserisce in un dibattito attuale che riguarda il disagio giovanile e la capacità – o difficoltà – del sistema educativo di intercettarlo, offrendo strumenti di espressione e riconoscimento.
Nel suo romanzo il confine tra realtà e immaginazione si dissolve fino a generare violenza: quanto questa deriva nasce, secondo lei, da un bisogno di evasione tipico dell’adolescenza e quanto, invece, da un vuoto più profondo di senso e di riferimenti?
«Il mio romanzo vuole descrivere un sentimento universale, quello di questo vuoto esistenziale che il mio protagonista Marco, appassionato di letteratura, racconta attraverso molte citazioni: il male di vivere di Pavese, la nausea di Sartre, la noia e soprattutto lo spleen del suo poeta preferito, Charles Baudelaire. È una sensazione di tedio della vita che può colpire a qualsiasi età. Ho scelto protagonisti giovani perché l’adolescenza è il momento in cui queste domande sul senso della vita emergono per la prima volta in modo radicale. È anche l’età a cui si può tornare, da adulti, per ricordare chi volevamo diventare e chi possiamo ancora essere. Per questo mi sembravano i personaggi ideali per incarnare questo sentimento».
Il gruppo dei protagonisti costruisce un’identità collettiva attraverso la letteratura, trasformando citazioni e personaggi in un linguaggio comune: che ruolo attribuisce ai libri e all’immaginario culturale nella formazione – o deformazione – dell’identità giovanile?
«Io vengo da una formazione cinematografica, con una tesi su Jean-Luc Godard, e come nei suoi film anche il mio romanzo è ricco di citazioni. Considero la letteratura, la poesia e tutta l’arte parte integrante della vita e della costruzione dell’identità. Nell’adolescenza la fantasia ha un ruolo centrale, e nel romanzo ho voluto estremizzarlo fino a confondere realtà e immaginazione: i protagonisti vivono le storie che leggono, si immedesimano fino a credere di essere i personaggi dei loro romanzi. Non sono i miti dei social, ma il meccanismo è lo stesso: cercare modelli in cui riconoscersi, anche rischiando di perdersi».
La scuola per gli adolescenti è sfondo e contesto di vita ma anche spazio di relazioni e conflitti: che tipo di rapporto vede oggi tra i giovani e l’istituzione scolastica, soprattutto in termini di appartenenza, riconoscimento e possibilità di espressione?
«Nel romanzo descrivo in maniera quasi documentaria la contestazione studentesca dell’autunno 1998, che ho ricostruito attraverso articoli di giornale, verbali di assemblea, registri scolastici e i miei ricordi. Ci sono anche riferimenti espliciti al 1968, a trent’anni di distanza, come eco della generazione precedente. La scuola è oggetto di contestazione perché gli studenti vogliono sentirla propria: quella protesta diventa un vero rito di passaggio verso l’età adulta, verso lo sviluppo di un senso critico. Non so se oggi esista ancora lo stesso senso di appartenenza, ed è anche per questo che il romanzo si rivolge ai giovani: per raccontare cosa la scuola può essere, uno spazio di espressione e non solo un luogo da attraversare».
In un contesto segnato da disagio, ribellione e ricerca di identità, quale dovrebbe essere oggi, a suo avviso, il ruolo del sistema scolastico? Quali finalità dovrebbe perseguire per intercettare davvero le fragilità e le energie degli adolescenti?
«Lavorando nel sociale non posso dire di conoscere a fondo il sistema scolastico attuale, ma nel romanzo emerge chiaramente una richiesta: quella di ascolto. Gli studenti chiedono alla scuola, così come alla famiglia e alle istituzioni, di essere un luogo di confronto. Questo ruolo è incarnato da alcuni personaggi – professori, genitori, perfino il sindaco – che, pur non condividendo i metodi di protesta, mantengono un atteggiamento di ascolto non giudicante. È questo che i ragazzi cercano: essere riconosciuti prima ancora che corretti».
La figura di Corinna introduce un elemento di rottura nel meccanismo distruttivo del gruppo: rappresenta una possibilità di salvezza, una coscienza critica o una forma diversa di ribellione?
«Corinna rappresenta tutto questo. Incarna una ribellione diversa, basata su metodi pacifici, sulla costruzione di una coscienza critica e di un’identità, ma anche sul sogno di un mondo nuovo. Non distruggere, ma costruire. Insieme al suo gruppo di amici, una minoranza ribelle, offre al protagonista una possibilità di salvezza dal male e dal disagio che lo spinge verso la violenza. Mi interessa raccontare l’adolescenza proprio perché è l’età del cambiamento, un campo aperto di possibilità. Nel romanzo cito la canzone Eschimo di Guccini: “A quell’età tutto è intero, tutto è ancora chi lo sa”. È questa apertura che mi interessa raccontare».










