Una piaga della società attuale, che in molti, troppi soffrono ma di cui pochi, troppo pochi, hanno voglia di parlare è il lavoro. Come se fosse un gioco di cui è impossibile cambiare le regole, un gioco a cui tutti, chi più chi meno, devono sottostare. Alessandro Sahebi in Questione di classe, Mondadori, ha il coraggio di mettere il dito in questa piaga, per studiarla e proporre una cura. Il suo è un invito a cambiare atteggiamento, a una necessaria, e non più procrastinabile, evoluzione di prospettiva.
Povertà invisibile
Il problema rientra in quello più ampio della disuguaglianza strutturale del capitalismo neoliberale, che Sahebi, giornalista, divulgatore e autore del programma televisivo «Le Iene», non affronta come astratta categoria economica, bensì lo incarna in esperienze banali e quotidiane. L’iperlavoro, la sofferenza psichica, l’ansia e la depressione in primis, il costante impoverimento che accompagna la recessione in corso, spesso accettata passivamente perché sembra «non fare notizia». La povertà contemporanea, sostiene, si nasconde nei compromessi silenziosi, nelle rinunce che passano per buon senso: rimandare una bolletta, risparmiare sul cibo, vivere con la paura perenne di un imprevisto economico. Una condizione che il sistema educa a normalizzare invece di riconoscere come oppressione strutturale.
Colpa individuale
Proprio questo meccanismo di interiorizzazione della colpa costituisce il nodo centrale del libro. Invece di riconoscere la propria condizione come forma di oppressione e definire una visione e un’azione collettive, la soggettivazione neoliberale impone di viverla come un fallimento individuale. L’autore richiama esplicitamente Mark Fisher, il filosofo inglese che ha scritto Realismo capitalista, una delle riflessioni politiche più lette del nostro tempo: se sei infelice, non è colpa tua. Il sistema deresponsabilizza le strutture collettive scaricando sugli individui il senso di inadeguatezza. Il libro si apre dunque come un atto di de-colpevolizzazione, e già questo lo distingue da molta saggistica progressista che tende invece alla pedagogia dall’alto, alla correzione morale del lettore.
Sahebi difende a più riprese la razionalità di scelte apparentemente incomprensibili o controproducenti, che si spiegano solo osservando le condizioni materiali in cui vengono maturate. Chi ha votato Trump o la Brexit, scrive, non è composto da ignoranti da rieducare, ma da persone che hanno risposto con rabbia a un sistema che le ha sistematicamente ignorate. In questo la sua posizione si avvicina a quella di un populismo di sinistra maturo: non predica alle classi subalterne, cerca di ascoltarle.
Falso merito
Il bersaglio polemico più nitido è la finta meritocrazia. Sahebi identifica almeno tre punti critici: il merito non viene mai valutato in un vuoto morale, ma riflette i bias di una data società; il sistema meritocratico spreca talenti che non trovano valorizzazione nel mercato; infine, esso lascia inevasa la domanda su cosa fare dei cosiddetti «perdenti», senza rispondere al diritto a una vita dignitosa indipendentemente dalla produttività. Quest’ultima rivendicazione viene collegata direttamente alla formula marxiana «a ciascuno secondo i suoi bisogni».
E nelle pagine finali il saggio sa trasformarsi in programma concreto. Sahebi tocca il salario minimo, i limiti delle misure di workfare, l’introduzione di una tassazione progressiva e di un reddito di base universale, il cui scopo dichiarato è separare il binomio lavoro-reddito, accettando che l’automazione ridisegnerà profondamente il mondo del lavoro. La parola «socialismo» viene pronunciata senza eufemismi: un modello in cui l’economia è orientata dallo Stato in vista del benessere collettivo, non del PIL.
Una via d’uscita
Dal punto di vista stilistico, Questione di classe è un testo efficace e deliberatamente accessibile. Sahebi rinuncia al gergo accademico e costruisce l’argomentazione attraverso figure retoriche ricorrenti, il paradosso, il circolo vizioso, il meccanismo perverso, che rendono visibili le contraddizioni del presente senza semplificarle eccessivamente. Il risultato è un testo che unisce analisi sociale, critica culturale e sensibilità umana, senza retorica né rabbia sterile. Rimane però un libro necessario. In un panorama editoriale italiano dove la saggistica politica oscilla tra il tecnicismo degli economisti e il moralismo delle tribune progressiste, Questione di classe occupa uno spazio raro: quello di chi sa spiegare perché siamo infelici senza farcene sentire in colpa, e abbozza una via d’uscita senza fingere che sia semplice.
