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Roberto Saviano al Libro possibile vent’anni dopo Gomorra: «Le mafie hanno vinto, non vedo spiragli» – L’INTERVISTA

Il suo giudizio è netto anche perché, spiega, il contrasto strutturale alla forza economica della criminalità è scomparso dal dibattito pubblico

Roberto Saviano al Libro possibile vent’anni dopo Gomorra: «Le mafie hanno vinto, non vedo spiragli» – L’INTERVISTA

Vent’anni dopo Gomorra, Roberto Saviano non vede segnali che autorizzino l’ottimismo. La domanda da cui ripartire, dice, è rimasta la stessa: dove finiscono i capitali prodotti dalle organizzazioni criminali? Una questione che la politica, «di ogni schieramento e colore», continua a eludere. Il suo giudizio è netto: «Hanno vinto loro». Non soltanto perché le mafie hanno saputo trasformarsi, ma perché il contrasto strutturale alla loro forza economica è progressivamente scomparso dal dibattito pubblico.

Alla denuncia politica si accompagna però un bilancio personale ancora più doloroso: la vita sotto scorta, la perdita della tranquillità, le conseguenze subite dalle persone a lui più vicine.

Oggi, alle 20.15, il giornalista sarà al Libro Possibile di Polignano, in Piazza Aldo Moro.

Saviano, «Gomorra» continua a essere letto come un punto di rottura, ma anche come qualcosa che appartiene ormai a un’altra stagione del Paese. Qual è la domanda che oggi le sembra più necessario riaprire?

«È la stessa domanda di vent’anni fa, una domanda che la politica – di ogni schieramento e colore – elude costantemente e colpevolmente: che fine fanno i capitali criminali?».

In questi vent’anni sono cambiati il linguaggio pubblico, l’economia, la politica, i media, perfino il modo in cui immaginiamo la criminalità organizzata. Che cosa vede oggi delle mafie che vent’anni fa non riusciva ancora a vedere?

«Che hanno vinto loro. Vent’anni fa – forse anche perché avevo vent’anni di meno – ero convinto che potessimo riuscire ad arginare le organizzazioni criminali come società civile, facendo pressione sulla politica. Oggi non ci credo più. Non vedo spiragli. Al di là di questo governo, le istanze sono soltanto securitarie. La politica utilizza il panpenalismo per gettare fumo negli occhi, mentre ogni possibilità di contrasto strutturale alle organizzazioni criminali è scomparsa dal dibattito pubblico».

Se oggi dovesse cominciare un nuovo racconto della criminalità organizzata in Italia, non necessariamente un altro Gomorra, ma un libro capace di intercettare il presente, da dove partirebbe?

«Lo sto già facendo. Sto scrivendo un libro su quello che considero il punto centrale del contrasto alle organizzazioni criminali: intercettare il momento esatto in cui il denaro illegale viene immesso nel circuito legale».

Si parla spesso di mafie attraverso le categorie del potere, del denaro, della violenza e della paura. Ma ogni racconto pubblico ha anche limiti, zone opache, aspetti che resistono alla parola. Qual è oggi la cosa più difficile da dire sulle mafie?

«Che hanno mafiosizzato l’economia legale e che questo è avvenuto con il placet delle istituzioni. In tempo di crisi, pecunia non olet. E la crisi dura da troppo tempo».

Lei è diventato, suo malgrado, non soltanto uno scrittore, ma un simbolo pubblico: un nome associato alla scorta, alla minaccia, alla polemica, alla verità raccontata a caro prezzo. Che cosa le è costato diventare Roberto Saviano?

«Ho sacrificato la mia vita, la mia tranquillità. E, insieme alla mia, ho sacrificato la vita delle persone che mi vogliono bene. Questo non me lo perdonerò mai. L’anno scorso è mancata mia zia, la zia con cui sono cresciuto e che mi ha amato come una madre. Al suo funerale, in una città del Nord, c’eravamo io, mia madre, mio fratello e la sua compagna. Solo noi. Il pensiero di aver sottratto i miei affetti alla loro quotidianità mi devasta».