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“Questa feroce bellezza”, figli della terra di nessuno nella Puglia apocalittica di Giuseppe Galliani

La prima sensazione che si avverte leggendo Questa feroce bellezza (Einaudi Stile Libero) è il freddo. Un freddo che non appartiene soltanto al paesaggio ma alle ossa, alle parole, ai rapporti tra gli uomini. Siamo nella Fossa, una porzione di Puglia che Giuseppe Galliani, al suo esordio letterario, sottrae a ogni cartolina, un luogo dove…
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La prima sensazione che si avverte leggendo Questa feroce bellezza (Einaudi Stile Libero) è il freddo. Un freddo che non appartiene soltanto al paesaggio ma alle ossa, alle parole, ai rapporti tra gli uomini. Siamo nella Fossa, una porzione di Puglia che Giuseppe Galliani, al suo esordio letterario, sottrae a ogni cartolina, un luogo dove il vento scortica e la neve conserva. Conserva le impronte, il sangue, le colpe. È una Puglia lontana dall’immaginario mediterraneo, una terra invernale e quasi minerale, attraversata da case abbandonate, cave svuotate, campi esausti e presenze umane che sembrano relitti di una civiltà agricola finita. Più che una regione reale, appare come un paesaggio sopravvissuto alla propria storia, una provincia europea che porta addosso i segni di un’apocalisse lenta, economica e morale.

Ian Dabrowski, forestale e guardiano di quell’ordine fragile, scopre di avere un tumore alle ossa mentre la valle si riempie di segni di guerra: lupi che predano, allevatori armati, uomini che attraversano il territorio per traffici opachi, militari che trattano con criminali e criminali che parlano come strateghi. Il corpo di Ian diventa il primo campo di battaglia del romanzo, una geografia vulnerabile che rispecchia quella esterna. Galliani racconta la malattia con la stessa precisione con cui descrive impronte nel fango o sangue rappreso sul pelo di un animale. I lupi attraversano la storia come presenze reali e simboliche, creature che incarnano una forma di ordine naturale più coerente di quello umano. Quando Ian osserva un branco muoversi nella neve, la scena assume il valore di una rivelazione: il branco possiede una disciplina antica, una gerarchia che nasce dalla necessità di sopravvivere. Nella Fossa anche gli uomini si organizzano in branchi — allevatori, famiglie, soldati, trafficanti — e ciascun gruppo difende il proprio territorio con la stessa logica elementare. Galliani scrive la natura con un’attenzione quasi biologica. I dettagli materiali — bacche masticate, ossa, odori di benzina e gasolio, carcasse gelate — costruiscono una lingua fisica, a tratti ruvida. In questo senso il romanzo richiama due tradizioni della letteratura americana: la furia comunitaria di Tristan Egolf, dove i gruppi si chiudono fino a diventare corpo unico, e la geografia morale di William Faulkner, in cui la terra trattiene le colpe e le restituisce nel tempo. Nella Puglia dell’apocalisse ogni gruppo agisce come un organismo compatto, e la violenza è il collante.

Il potere invisibile

A metà romanzo la narrazione si allarga e mostra una struttura di potere che supera la valle. Appaiono figure come Branco, il comandante e Sharbat, l’uomo addestrato alla guerra che parla quattro lingue e conosce la pazienza della caccia. Le loro conversazioni hanno il tono burocratico delle decisioni irrevocabili: uomini sostituibili, ostaggi trattati come merce, scambi sospesi finché qualcuno più in alto stabilirà chi comanda davvero. Qui Galliani introduce una dimensione politica silenziosa. La brutalità assume la forma di un sistema organizzato, quasi amministrativo, il male si distribuisce come una funzione del potere. La Fossa diventa periferia di un ordine più grande, una zona dove la legge si confonde con la sopravvivenza. A emergere è la figura memorabile di Sharbat: un maestro della coercizione che unisce calma pedagogica e minaccia. Quando insegna a una ragazza a togliere la sicura della pistola, il gesto possiede una precisione chirurgica, come se la violenza fosse una disciplina da trasmettere con pazienza.

Il tempo che resta

La parte più intensa della scrittura rimane quella domestica: Ian e Greta, i figli, la casa attraversata dal rumore degli spari lontani. La malattia introduce una misura diversa del tempo. Ogni azione — guidare, dormire, parlare — acquista il peso di un possibile ultimo gesto. Galliani costruisce una percezione lenta della fine, senza sentimentalismi. Nel finale il libro ritorna alla dimensione quasi fiabesca dell’inizio: un bambino, la neve, un albero sull’isola, i lupi che si radunano sotto la luna. L’immagine possiede la semplicità di una leggenda e la crudeltà di una visione. La Murgia continua a esistere, indifferente ai destini individuali. Il branco resta. L’acqua della diga sale. Il vento degli altipiani continua a soffiare. Galliani chiude la storia come se spegnesse una luce in una stanza gelida, lasciando il lettore dentro quella temperatura. È qui che si trova la vera forza di Questa feroce bellezza: nella capacità di raccontare la violenza come fenomeno naturale e umano insieme, e la vita come un fragile equilibrio tra i due.

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