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“Manuale per mangiare da soli”, per Maurizio Evangelista il lutto prende forma tra oggetti e memorie

La malattia e la perdita attraversano il corpo, la casa e l’immaginario pop, tra cinema e quotidianità. Quattro sezioni compongono un percorso

“Manuale per mangiare da soli”, per Maurizio Evangelista il lutto prende forma tra oggetti e memorie

C’è un momento della vita quotidiana e domestica che è difficile trovare in poesia, eppure è ben riconoscibile da tutti: qualcuno che rimane a tavola dopo che un’altra persona ha smesso di esserci. Maurizio Evangelista costruisce l’intera sua quarta raccolta attorno a questa scena, e la sua forza sta nel non edulcorarla mai.

Nato a Terlizzi ma residente a Bisceglie, Evangelista, dal 2010 direttore artistico della «Notte di Poesia al Dolmen», ha attraversato un percorso poetico che dagli esordi lo ha condotto a Mr. Me (Arcipelago Itaca, 2022), raccolta con cui si è imposto nell’attenzione critica nazionale. In quel libro, la sua voce si riconosceva per il verso breve, l’immaginario cinematografico e hollywoodiano, la capacità di tenere insieme oggetti banali e interrogazioni sull’identità. Manuale per mangiare da soli, (Arcipelago Itaca), segna una svolta: la stessa voce si piega su un dolore personale, radicato nel corpo della madre malata e poi persa.

La silloge si articola in quattro sezioni, Tragedia Pop, La bambina ha partorito, Manuale per mangiare da soli, Mamme di pezza, costruendo un percorso che procede dalla rappresentazione del corpo malato fino all’elaborazione di un’assenza che continua a vivere nei gesti, nella memoria e nella materia domestica. Questa architettura non è soltanto tematica: è un vero arco emozionale, e Evangelista lo governa con una consapevolezza che non molti poeti del lutto riescono a mantenere lungo tutto il volume.

Tragedia pop

La prima sezione, Tragedia Pop, è quella che impone il tono di tutto ciò che segue. La malattia passa attraverso l’immaginario cinematografico e televisivo, figure come Monica Vitti, Anna Magnani, Rita Hayworth o le protagoniste delle soap diventano maschere attraverso cui raccontare la malattia e il suo spettacolo involontario, così che il tragico convive con l’ironia, il glamour con la degradazione fisica. Prendiamo ad esempio questi versi: «Come in Beautiful ha la pettinatura da bara già pronta / i baci al collo sanno di shampoo e sali minerali / la fronte lucida di fondotinta». Un dolore così forte non ha il lessico del dolore reale, si esprime attraverso i codici condivisi della cultura di massa, il solo filtro che rende possibile dire ciò che è impossibile all’anima.

La sezione La bambina ha partorito, invece, ci pare la più intensa dell’intero volume. La figura materna viene osservata attraverso una continua regressione: la madre diventa figlia, creatura fragile, corpo che necessita di cure. Come recitano in esergo i versi di Alfonso Guida composti per l’autore, potenti e teneri assieme: «Sulle vie dell’anima / madre e figlio si adottano a vicenda».

Oggetti del lutto

La parte centrale, quella che dà il titolo al libro, è emblematica del metodo stilistico dell’autore. L’immaginario domestico – frigoriferi, piatti, medicine, barattoli di marmellata – diventa il luogo in cui il lutto si deposita e continua a manifestarsi. La pasta che si scuoce da sola: un verso che vale un intero trattato sulla solitudine che segue il lutto. Gli oggetti smettono di essere neutri. Diventano presenze, e la presenza più straniante è quella della madre trasformata in tre fette di prosciutto nel frigorifero, immagine che riesce a essere insieme crudele, affettuosa e memorabile, e che dà la misura di quanto Evangelista sappia abitare la tensione tra concretezza e simbolo senza risolverla in nessuna delle due direzioni.

Ciò che resta

Nell’ultima parte, Mamme di pezza, il discorso si fa più meditativo. Il corpo scompare progressivamente, ma la madre continua a esistere nei gesti e nelle posture del figlio, fino all’intuizione più forte dell’intero volume: l’eredità materna è trasformazione fisica e spirituale di chi resta. E resiste.

Stilisticamente Evangelista sceglie il verso breve, immagini immediate, nessun ornamento che non serva. La sua poesia non vuole impressionare: colpisce con la silenziosa precisione di chi ha imparato che l’eccesso di parole è già una forma di fuga dalla realtà che, all’opposto, si vuole attraversare e nominare.