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“Tofu e l’isola di plastica”, Luisa Corna: «Mi commuove quello che a 20 anni non sapevo vedere» – L’INTERVISTA

“Tofu e l’isola di plastica”, Luisa Corna: «Mi commuove quello che a 20 anni non sapevo vedere» – L’INTERVISTA

C’è il mare, ci sono alieni, sirene, arcobaleni e canzoni. Ma dentro Tofu e l’isola di plastica c’è soprattutto una domanda profondamente umanistica: quando abbiamo smesso di meravigliarci? Luisa Corna racconta una fiaba musicale che parla ai bambini senza infantilizzarli e agli adulti senza fare la predica. E mentre parla di inquinamento, fantasia e creature marine, finisce per raccontare qualcosa anche di sé: della vita sul mare, dello stupore ritrovato e di quella parte bambina che, a quanto pare, non se n’è mai andata.

Corna, nel suo libro usa figure fantastiche per parlare di qualcosa di estremamente umano. Quando ha capito che una fiaba poteva arrivare più in profondità di un discorso realistico?

«Non è stata una cosa razionale, pensata. Vivo al mare da otto anni e stare lì mi ha sensibilizzato moltissimo. Soprattutto nei mesi che precedono l’estate o d’inverno, quando dal mare arriva davvero di tutto. Ti rendi conto di quanto riusciamo a maltrattare i nostri mari, i nostri oceani. Mi capita spesso di raccogliere una carta, un rifiuto, fare una piccola pulizia. È una cosa spontanea. Ed è da lì che è nata questa idea. Avevo già scritto una fiaba musicale con questo piccolo alieno, Tofu, che arrivava dal pianeta Arcus e affrontava un altro tema. Ho immaginato forme di vita differenti che unissero le forze per fare qualcosa per il pianeta».

Anche se nel libro, all’inizio, qualcuno è scettico.

«Sì, perché quando nasce il desiderio di ripulire quest’isola di plastica ci sono creature marine che dicono che è impossibile. Pensano che i terrestri continueranno comunque a sporcare. Poi però, piano piano, si convincono. E tutti insieme capiscono che anche cambiare una piccolissima parte di noi può fare la differenza. Credo sia importante dare il proprio contributo a questo pianeta meraviglioso. A volte non si tratta neppure di cattiveria. Forse è distrazione, cattive abitudini. Abbiamo bisogno di una coscienza diversa. E vedo che molti giovani oggi, per certi aspetti, sono molto più avanti di noi. Forse qualcosa siamo riusciti a insegnarla».

Tofu e Seitan vengono da un pianeta in cui ci si illumina quando si prova un’emozione. Lei per cosa si illumina ancora?

«Per le piccole cose. Quando faccio leggere questo libro ai bambini e vedo i loro occhi diventare grandi. Oppure riuscire ancora a stupirmi. Anche osservare gli animali, il loro linguaggio, il modo in cui riescono a comunicare e quanto amore riescono a dare. Posso sembrare un po’ melensa, ma mi rendo conto che ciò che riesce davvero a emozionarmi sono tutte quelle sensazioni che non si possono comprare. Forse una volta non ci facevo più caso. Crescendo, invece, sono tornata a lasciarmi coinvolgere da queste cose. Quando hai vent’anni sei molto concentrato su te stesso. A un certo punto inizi a guardare di più verso gli altri».

Paolo Ruffini, nella prefazione, parla dei bambini come «persone basse», più profonde degli adulti. Scrivendo questo libro ha avuto la sensazione di parlare alla bambina che è stata?

«Sì. Quando inizi a leggere o scrivere fiabe quella parte riemerge. Mi rendo conto che non se n’è mai andata. Ed è questa la cosa bella: diventare adulti senza invecchiare. Sarebbe l’ideale: prendere il meglio delle esperienze, imparare, ma mantenere sempre quello sguardo pieno di stupore e curiosità, quella fiamma un po’ fanciullesca».

Lei affronta un tema enorme come l’inquinamento, però senza mai fare la predica. È stato difficile trovare il tono giusto tra allarme e incanto?

«Non è nel mio stile fare prediche o giudicare. Lo vedo anche con i figli di mio marito: non mi vedo in quel ruolo. Mi piace di più insegnare con l’esempio piuttosto che criticare continuamente. Ed è quello che ho cercato di fare anche nel libro, non giudicare nessuno, ma provare a trovare delle soluzioni. Non dire “colpa tua”, ma chiedersi: facciamo qualcosa insieme?».

Nel finale creature marine, sirene, alieni e umani uniscono le forze per ripulire il mare. È una favola, certo, ma sembra anche un piccolo manifesto: crede ancora che il mondo si possa aggiustare insieme?

«Assolutamente. Sono una persona positiva, cerco sempre di vedere il meglio negli altri. È la mia indole. Certo, ogni tanto viene fuori anche il mio lato drammatico. Fa parte della mia natura. Quando canto, soprattutto certe canzoni napoletane, emerge la mia parte da “drama queen”. Però ho anche una fortissima ironia e riesco quasi sempre a vedere il bicchiere mezzo pieno».

Tofu è uno che torna sempre a casa, ma sente continuamente il bisogno di ripartire. Lei è una persona che fugge o una che torna?

«Sono un po’ come Tofu. Sarà che sono del Sagittario e dicono che i nati sotto questo segno abbiano bisogno di viaggiare. Sono andata via da casa prestissimo. La spinta per la musica e per tutto ciò che riguarda lo spettacolo era più forte. Nel bresciano non c’erano scuole di canto o teatro e così ho iniziato ad andare a Milano. Ho fatto anche la modella per mantenermi gli studi. Però tornare è sempre stato importantissimo. Ho radici molto forti, soprattutto familiari. Mi piace andare, vivere cose nuove e poi tornare nei miei luoghi, nelle amicizie di sempre. E raccontare quello che ho vissuto».

Le faccio la domanda al contrario. Esiste una sua personale «isola di plastica»? Qualcosa da cui ha sentito il bisogno di allontanarsi?

«Ce ne sono stati diversi. Ciclicamente ho sempre fatto cambiamenti per avere nuovi stimoli. Da ragazza cantavo nei locali, poi a un certo punto è arrivata la televisione. Nella mia vita ho sempre trovato il coraggio di cambiare, anche se a volte sembrava che volessi fare troppe cose. In realtà il filo conduttore è sempre stato lo spettacolo. La musica però rimane il mio primo amore».

Dopo una carriera tra musica, televisione e spettacolo, cosa le ha dato scrivere una fiaba che forse un palco non poteva darle?

«Io amo scrivere. Scrivo poesie da sempre. Ho iniziato da bambina. Non so se troverò mai il coraggio di pubblicarle, sono cose molto personali. Quando oggi le rileggo penso anche: quanta ingenuità c’era. Però appartengono a momenti precisi, a quei momenti in cui ti sembra che il mondo ti stia crollando addosso».

Scrivere per bambini invece, cosa le restituisce?

«È qualcosa di diverso. Molto emotivo. Questa fiaba l’ho scritta velocemente, poi però rallento, cambio, riscrivo. E soprattutto la faccio leggere ai bambini che conosco. Osservo le loro espressioni. È una condivisione particolare. Un’emozione che continua durante tutto il processo creativo, che mi diverte, restituendomi pezzi di felicità».