La scrittrice leccese Elisabetta Liguori è tra gli autori candidati al Premio Strega 2026 con il suo romanzo “Il figlio ostinato”, pubblicato da Piemme. Il libro è stato proposto da Francesco Caringella, tra i giurati degli «Amici della Domenica», con una motivazione che ne coglie subito la temperatura emotiva: «Le pagine della Liguori graffiano, scuotono, scandalizzano, innescano cambiamenti… Il “viaggio dell’eroe” Aniello Visconti… diventa il viaggio di ognuno di noi».
Il Sud: destino e scelta
C’è una parola che apre il romanzo: «Addio». Aniello la scrive a diciassette anni in una lettera d’amore, «premendo così forte che il pennino sbavò». È una frattura: in quel gesto grafico, materiale e quasi violento, è contenuto uno dei nuclei narrativi del libro: il conflitto tra appartenenza e vocazione, tra fedeltà alla famiglia e fedeltà a sé stessi. Liguori attraversa il Novecento meridionale intrecciando saga familiare, romanzo di formazione e affresco storico, ma il Sud che emerge non è un fondale folkloristico. È un organismo complesso, ambivalente, attraversato da regole non scritte, desideri trattenuti e slanci improvvisi.
Il paese, un sistema morale
Specchia, il paese salentino dove ha inizio il racconto, è «borgo di pietra friabile… bloccato sul suo arrocco collinare». È un luogo geografico e simbolico arroccato in una struttura di relazioni: nel paese la reputazione precede i fatti. «In paese la verità è una sola… resta per sempre». La verità non coincide con ciò che è accaduto, ma con ciò che si racconta. Il controllo sociale non ha bisogno di istituzioni, basta lo spazio del paese: Alinuzza, incaricata di trasportare le lettere tra Aniello e Ada, cammina «tenendosi lontana dai portoni… sia mai che s’accorgessero di quel traffico impudico». I portoni sono occhi e le strade sono tribunali silenziosi. La regola è esplicita: «certi panni… non andassero sbattuti in faccia alla gente… regola non scritta, ma inviolabile». Il segreto protegge la famiglia e al tempo stesso la imprigiona.
La famiglia: legge e ferita
Il conflitto generazionale tra Aniello e il padre tocca una profondità ontologica: «Tu mi devi la vita, figlio!» – dice il padre. E la risposta è una rivendicazione di identità: «Questa vita mia? Questa che non avete mai voluto riconoscere?». La famiglia assume i tratti ambivalenti d’essere insieme radice e debito. «Il nonno lo aveva fatto per suo padre e suo padre lo aveva fatto per lui… nella perfetta circolarità del male». Qui la tradizione è una catena che trasmette non solo valori, ma ferite. L’autorità paterna è essa stessa prodotto di una storia di privazioni e rigidità.
Donne e invenzione del vero
Se gli uomini incarnano la norma, le donne custodiscono la continuità emotiva. Ada, chiamata a proteggere i figli dal dolore, sceglie la narrazione come scudo: «Se le sarebbe inventate lei, quelle ragioni… Meglio mille invenzioni, che nessuna verità». In un mondo dove la verità pubblica può diventare una condanna, la verità privata deve essere mediata, resa sopportabile. Non va letta solo come mistificazione ma come una paradossale forma di cura. Per questo sarebbe riduttivo interpretare quella della madre solo come unafigura passiva: è architetta di senso, amministratrice del possibile.
Talento e sospetto
Nel romanzo anche il talento è ambiguo. «Il talento sta nella testa della gente… una cosa che si sospetta». L’identità non è mai del tutto autonoma ma dipende dallo sguardo collettivo, dal riconoscimento da parte degli altri, che, come tale, è fragile. La musica bandistica, istituzione reale e storicamente radicata nel Mezzogiorno, offre ad Aniello una via di mobilità. Ma partire significa rompere un equilibrio. E tornare è altrettanto difficile: «Aveva desiderato tanto ritornare, ma ora ne era terrorizzato. “Non mi fido di quella terra”». Nostalgia e paura convivono e la sua terra è casa e giudice ad un tempo.
Mezzogiorno ambivalente
Bisogna essere chiari su un punto: il Mezzogiorno di Liguori non è mitizzato né condannato. È una terra di legami fortissimi che sostengono e trattengono; di memorie che proteggono e paralizzano; di comunità che osservano, giudicano, ma anche accolgono. Il figlio ostinato non oppone Nord e Sud, progresso e tradizione. Interroga piuttosto una frattura più intima: quella tra ciò che ci ha formati e ciò che desideriamo diventare. Il «viaggio dell’eroe» evocato nella motivazione al Premio Strega diventa così un percorso di riconoscimento collettivo. La domanda resta aperta: si può inseguire la propria vocazione senza tradire le proprie radici? Liguori non offee una risposta e non chiude il conflitto, lasciandolo vibrare fino alla fine. Ed è proprio in quella tensione irrisolta che il romanzo trova la sua verità più autentica.










