A volte il thriller è una trappola psicologica, il dolore una pista da seguire e la verità una creatura sfuggente. E quanto sembra accadere con Il dolore dell’oca, nuovo romanzo di Giuliana Salvi appena pubblicato da Einaudi, che sarà presentato stasera alle 20.30 in Piazza Mercato a Castrignano del Capo, e sabato 4 luglio alle 19.30 negli spazi esterni della Libreria Liberrima di Lecce. Nata nel 1988, romana, dopo un passato come redattrice televisiva Giuliana Salvi ha scelto di dedicarsi alla scrittura e lo scorso anno, sempre per Einaudi, ha pubblicato il romanzo Clementina. Oggi l’autrice dialogherà con Annalisa Montinaro nell’ambito del percorso diffuso nel Capo di Leuca della dodicesima edizione di «Armonia. Narrazioni in Terra d’Otranto», quest’anno dedicata al tema «Mentre tutto brucia». La seconda presentazione sarà invece condotta da Elisabetta Liguori per «Nel frattempo – Conversazioni sul futuro», il festival organizzato dall’associazione «Diffondiamo idee di valore».
Al centro del libro c’è Nikita, giovane poliziotta che vive sul litorale romano nella villa ereditata dalla nonna Viola, insieme alla gatta Susanna. Fuma, beve troppo, frequenta quasi nessuno, si trascina tra casa e ufficio. Una mattina vede una ragazza su un cavalcavia, pronta a suicidarsi. Si chiama Fresia. Nikita prova a salvarla, ma da quell’incontro resta segnata, fino a trasformare l’ossessione in indagine. Chi era davvero quella ragazza? Che cosa cercava? E quali segreti si muovono intorno alla sua famiglia? Salvi costruisce così un romanzo teso, attraversato da ombre, non detti e fragilità. Un labirinto in cui il Minotauro può nascondersi ovunque.
Da dove è nata l’idea di «Il dolore dell’oca» e quale intuizione iniziale ha fatto scattare il romanzo?
«Il dolore dell’oca nasce nel mezzo di una delle ultime stesure di Clementina, il mio romanzo d’esordio. L’ho scritto di getto, nel giro di pochi mesi. Volevo scrivere il libro che avrei letto da lettrice in quel momento della mia vita, una storia che tenesse incollati alle pagine, che facesse riflettere, che scuotesse».
Il titolo è molto particolare: perché lo ha scelto?
«Il titolo nasce da una suggestione: ero in una località marina e girando nelle campagne circostanti in bicicletta mi sono imbattuta in delle oche che facevano da guardiane a un’abitazione. Inoltre, l’oca è un animale molto interessante: nella mitologia greca è simbolo di vitalità e forza, la messaggera degli dei. In quella egizia il dio della terra è rappresentato con un’oca, e nell’antica Roma era sacra a Giunone. C’è anche il famoso episodio di quando le oche del Campidoglio starnazzando svegliarono i romani e salvarono la roccaforte all’attacco dei Galli. Nel romanzo, che cos’è il dolore dell’oca, viene ben spiegato in un capitolo. Ovviamente non posso dire di più!»
Quali aspetti del carattere della protagonista, Nikita, le interessava raccontare di più?
«Mi interessava indagare le ombre che vivono in ognuno di noi, la fragilità, i non detti che corrodono l’anima e il corpo. Nikita, una poliziotta per sua stessa definizione “mediocre”, combatte con i demoni che la abitano. È ruvida e fragile al tempo stesso. Ogni personaggio di questa storia si porta dietro dei segreti».
In che modo il dolore dei personaggi diventa anche un modo per parlare di identità, memoria e fragilità umana?
«Il dolore che appartiene a ogni personaggio di questa storia e anche il nostro. Mi sono arrivati molti messaggi di lettori e lettrici che mi hanno scritto di quanto questa lettura li abbia sorpresi, messi davanti a uno specchio. Era quello che volevo».
Scrivendo un thriller psicologico le interessava di più risolvere un enigma o scavare nelle emozioni dei personaggi?
«Il thriller è un pretesto per indagare la psicologia dei personaggi. È chiaro che c’è un enigma che verrà svelato, ma quello che Il dolore dell’oca racconta riguarda i fallimenti in cui tutti noi, prima o poi, ci imbattiamo. È una storia di dolore, ma anche di amore e di seconde possibilità».
Rispetto a «Clementina», cosa sente che sia cambiato nel suo modo di raccontare il passato, il dolore e la complessità dei personaggi?
«Sono due storie profondamente diverse, eppure al centro c’è sempre la famiglia che è la fucina di moltissime cose, nel bene e nel male. Se in Clementina, che è una storia vera, il bene alla fine ha la meglio nonostante i sacrifici e le grandi sofferenze, ne Il dolore dell’oca ho indagato il male e da scrittrice ho voluto farlo senza alcun tipo di giudizio. Sono due storie scritte quasi in contemporanea, ne Il dolore dell’oca ho lavoro per sottrazione, è una storia che necessitava di ritmo ed essenzialità, in Clementina il discorso è più complesso perché il raccontare personaggi realmente esistiti inizialmente mi ha messo davanti a dei grandi dilemmi. Ma la forza dei personaggi arriva nel momento in cui gli si dà una verità letteraria».
