C’è qualcosa di quasi indecente nell’atto di rileggere Giornale di uno straniero a Parigi (Adelphi): la sensazione di entrare in una stanza dove qualcuno ha lasciato ancora il fiato sul vetro. Curzio Malaparte ci torna nel 1947, dopo quattordici anni che lui stesso descrive come i più duri della sua vita, anni segnati da sospetti politici, marginalizzazione e un esilio non dichiarato ma profondissimo.
Prima ancora di osservare la città, sembra cercare se stesso: verifica di essere rimasto intero. Parigi, per lui, non è soltanto un luogo: è la misura della propria giovinezza intellettuale, la città dove aveva creduto di potersi ricomporre. Ma basta guardare il mattino dalla finestra per capire che il rapporto con la città non si è conservato. È rimasto il décor, non la complicità. Malaparte si muove in queste prime pagine con la consapevolezza di chi porta addosso un’ombra. In Italia era stato considerato un corpo estraneo, non condannato ma lasciato ai margini; a Parigi sperava in un riconoscimento che invece gli viene sottratto. E si trova davanti a una domanda che non pensava di dover affrontare: cosa succede quando il luogo che ti ha salvato una volta non può più farlo?
Il suo arrivo coincide con un momento delicatissimo per la Francia: la Liberazione è fresca, il ricordo dell’invasione italiana è ancora vivo, e il clima generale è carico di diffidenza. È evidente che Malaparte arriva in un’epoca che pretende di difendere il proprio racconto a costo di irrigidirlo. In questo contesto, la sua figura — complessa, ambigua, spigolosa — diventa una lente d’ingrandimento. Nei salotti dell’intellighenzia viene accolto con quella cortesia tirata a lucido che nasconde un giudizio già formato. Lo ascoltano, lo salutano, ma qualcosa resta trattenuto, come se una zona d’ombra impedisse di collocarlo del tutto. Stanze dove tutti sorridono, ma nessuno si espone davvero. E Malaparte questo lo sa. Registra ogni inflessione, ogni esitazione. E il sospetto che percepisce non riguarda solo lui: riguarda lo straniero che parla troppo bene la loro lingua, il testimone che può incrinare una versione dei fatti ormai rassodata. A volte, nelle conversazioni più accese, gli tornano in mente gli anni italiani: la stessa fretta di costruire eroi senza zone grigie, la stessa voglia di semplificare. L’Italia e la Francia giocano a specchiarsi, gli sembrano uguali: entrambe incapaci di guardare davvero ciò che è stato.
Dove Parigi si scopre
Il libro vive nei dettagli. In un ballo osservato da una stanza laterale, Malaparte vede la Parigi elegante scorrere come un quadro che si muove senza di lui, mentre fuori — appena oltre la luce dei lampadari — c’è un continente che non ha ancora finito di pagare la guerra. Non denuncia nulla, semplicemente, registra la vertigine. Nelle riunioni con la piccola comunità di stranieri, invece, trova un sollievo quasi fisico. Qui la conversazione è libera, non calibrata, non minata dal sospetto. Qui si può parlare dell’Italia senza vergogna e della Francia senza riverenza. È un ambiente in cui si respira una sincerità che altrove non trova. E poi c’è la Parigi bassa: la Villette, le strade dei lavoratori, les cafés dove la guerra non è allegoria ma fame vera. In quei quartieri la città non interpreta un ruolo: è ciò che è. Malaparte osserva questa nuova gioventù — rapida, nervosa, senza memoria — e capisce che non gli appartiene. C’è un passaggio dell’opera, seppure mai esplicito, che sembra dire che la memoria che salva qualcuno condanna qualcun altro. È una sensazione che attraversa tutto il libro.
L’esilio dentro
Nel Giornale, la parola «esilio» non designa mai una geografia. È un modo di respirare. Malaparte non appartiene più all’Italia che lo ha trattenuto in un limbo, ma non appartiene nemmeno alla Francia che non sa come riconoscerlo. È straniero in entrambe le sue patrie, e questa condizione — dolorosa, ambigua — gli consente una lucidità che pochi hanno. Quando invita i francesi a non indulgere nella propria ferita, non parla davvero a loro: parla a quella parte di sé che vorrebbe smettere di chiedere riconoscimento. È un movimento interiore più che politico. Il vero punto di rottura arriva quando capisce che la città non ha bisogno della sua voce. Non che non la senta: sceglie di non ascoltarla. Da quel momento le pagine del diario cominciano a rarefarsi, come se il libro si stesse ritirando da solo verso un silenzio inevitabile. In quei frammenti finali, Malaparte descrive la sua condizione come una prigione senza sbarre: una pena non richiesta, che lo condanna a scontare il passato non solo per sé, ma per un’intera generazione. È una delle immagini più potenti del libro, anche perché non la spiega: la lascia lì, ferma, come un dato di fatto.
Il congedo
Il libro non ha un finale. Si spegne. Malaparte lascia la città in silenzio, come chi esce da una stanza che non gli appartiene più. Non chiede nulla, non rivendica nulla. Osserva un’ultima volta la Parigi che aveva amato — la luce sui ponti, il brusio delle brasserie, i quartieri popolari — e capisce che ciò che cercava non gli può essere restituito. Il gesto finale è minimo e assoluto, nessun addio, niente saluti e baci, solo una porta chiusa senza far rumore. Andar via, senza disturbare.










