Presa di mira sui social, la sindaca di Veglie Mariarosaria De Bartolomeo denuncia pubblicamente quello che definisce senza mezzi termini «sessismo».
Commenti e post non si sono concentrati su atti amministrativi o scelte politiche, ma sull’aspetto fisico e sull’abbigliamento della prima cittadina. «Non è satira. Non è ironia. È sessismo. Descrivere una donna, una sindaca, per come “cammina sculettando” o per la lunghezza della sua minigonna non è una critica politica. Significa spostare l’attenzione dalle idee e dall’operato all’aspetto fisico», sottolinea De Bartolomeo.
Parole nette, che richiamano un tema più ampio e attuale: il linguaggio utilizzato nei confronti delle donne che ricoprono ruoli pubblici. La sindaca parla di «meccanismo chiaro di oggettivazione»: quando una donna viene ridotta al corpo, «non conta chi sei o ciò che fai, ma come appari». E sottolinea un evidente doppio standard: «Un sindaco uomo verrebbe commentato per come ondeggia o per quanto sono aderenti i suoi pantaloni? No. Le donne, invece, vengono spesso giudicate prima per il corpo e solo dopo, forse, per le competenze».
La delegittimazione
Secondo De Bartolomeo, questo tipo di linguaggio produce un effetto preciso: la delegittimazione. «Sessualizzare una figura istituzionale significa insinuare superficialità e minare l’autorevolezza del ruolo che ricopre, spostando il dibattito su un terreno svilente e meschino».
Un richiamo che va oltre il caso specifico e investe il clima culturale complessivo. «La violenza di genere non è solo fisica, ma anche culturale e verbale. Passa attraverso parole che sembrano leggere, ma che contribuiscono a creare un contesto in cui le donne sono costantemente sotto esame per il loro aspetto», aggiunge.
La sindaca ribadisce di non sottrarsi al confronto politico: «La critica è legittima e necessaria. Il sessismo no. Se vogliamo un dibattito serio, parliamo di decisioni, risultati, responsabilità. Non di gonne. Non di “sculettamenti”».










