Un incubo subdolo, consumato tra le mura virtuali di uno smartphone, dove il pericolo non aveva le sembianze di uno sconosciuto, ma quelle rassicuranti del padre di un’amica. Sfruttava i social network e la cerchia di amicizie della figlia per agganciare le sue vittime: adolescenti tra i 13 e i 15 anni.
Con la chiusura dell’inchiesta condotta dalla pm Erika Masetti della Procura di Lecce, un meccanico di 55 anni di Nardò rischia ora il rinvio a giudizio con la pesante accusa di adescamento online. Il velo su questa vicenda è stato squarciato nel giugno 2025, quando una quindicenne, supportata dalla madre, ha trovato il coraggio di presentarsi ai carabinieri. Ha consegnato lo smartphone e aperto quelle chat: messaggi quotidiani dal tono equivoco, inviati a tarda notte, subdoli «buongiorno» e «buonanotte» infarciti di complimenti spinti sul corpo, richieste di foto intime e inviti pressanti a vedersi di nascosto.
Le indagini
L’uomo si rivolgeva alla ragazzina chiamandola «amore mio», fingendo un legame affettivo per superare le sue resistenze. L’attività investigativa ha però dimostrato che non si sarebbe trattato di un caso isolato, bensì di un modus operandi seriale. Gli accertamenti tecnici sui dispositivi elettronici del 55enne hanno fatto emergere un quadro ben più inquietante: l’adescamento avrebbe riguardato almeno altre quattro minorenni, tutte frequentatrici della casa in quanto amiche della figlia.
Tra le vittime che sarebbero state agganciate su TikTok e WhatsApp figurano anche due tredicenni. Nelle conversazioni l’indagato usava sempre la stessa strategia, intimando alle giovani di cancellare i messaggi e di non raccontare nulla a nessuno. Un castello di pressioni psicologiche crollato grazie alla forza delle ragazze e alla tempestività degli inquirenti. Ora le chat salvate dai carabinieri costituiscono il fulcro di presunte prove da cui l’uomo potrebbe doversi difendere in tribunale.
