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Ambiente e Sostenibilità Lecce

Inquinamento, una spugna hi-tech mangia petrolio e sostanze tossiche: la ricerca che segna la svolta

Una spugna hi-tech capace di mangiare il petrolio e gli inquinanti organici, lasciando l’acqua perfettamente pulita. È il rivoluzionario traguardo raggiunto da un team di ricerca dell’Università del Salento e del Cnr Nanotec, che è riuscito a trasformare il grafene, uno dei materiali più straordinari che la scienza abbia mai prodotto, in un dispositivo riutilizzabile e pronto per applicazioni industriali nel campo della bonifica ambientale.

Il cuore della scoperta, pubblicata sulla prestigiosa rivista «Applied Materials Today», risiede nella capacità di incorporare il grafene, nella sua forma pristina ovvero non modificata chimicamente, all’interno di una struttura polimerica tridimensionale porosa. Una struttura che funziona, appunto, come una spugna: respinge completamente l’acqua, ma assorbe rapidamente oli e sostanze organiche inquinanti. Immersa in una miscela acqua-olio, la seleziona e la trattiene.

La chiave

Il gruppo coordinato dal professore Giuseppe Ciccarella, ordinario di Fondamenti chimici delle tecnologie e prorettore alla Ricerca di Unisalento, insieme alle ricercatrici Viviana Vergaro, Chiara Boncristiani e Francesca Baldassarre, ha invece trovato la «chiave» per inserire il grafene puro in una struttura polimerica porosa. Il risultato è un materiale idrofobico che respinge l’acqua ma attrae e trattiene oli e sostanze organiche con una rapidità impressionante.

«La nostra ricerca nasce dalla volontà di trasformare una promessa della scienza in una soluzione reale», spiega il professor Ciccarella. «Abbiamo sviluppato un processo sostenibile, che non utilizza solventi chimici ma si affida a tecniche meccaniche e microonde. Questo rende la produzione potenzialmente scalabile su livelli industriali».

Oltre all’efficacia, la nuova spugna brilla per resistenza e sicurezza: può essere compressa e riutilizzata numerose volte senza perdere potere assorbente e, come confermato dai test biologici, non presenta tossicità per le cellule. Si apre così una nuova strada per la gestione delle emergenze ambientali.

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