Alla fine della conversazione, Domenico Procacci smette per un istante di essere il produttore che ha attraversato buona parte del cinema italiano degli ultimi decenni e torna a essere, semplicemente, uno spettatore. Racconta di trovarsi in uno studio, mentre Alberto Iglesias dirige un’orchestra per incidere le musiche del nuovo film di Nanni Moretti. Li ascolta, li osserva al lavoro, e gli scendono le lacrime. «Anche dopo quasi quarant’anni di questo lavoro», dice, «ci sono ancora momenti molto emozionanti, per fortuna».
Procacci è a Lecce per Fandango Live, quattro giorni di cinema, libri, incontri, musica, formazione. Un festival, anche se lui preferisce maneggiare la parola con prudenza. Perché, più che l’evento, sembra interessargli il gesto: portare in Puglia un pezzo di industria culturale, invece di aspettare che siano sempre i ragazzi del Sud a dover partire.
Procacci, lei ha costruito Fandango partendo da Bari e tornando spesso in Puglia con i suoi film. Che cosa significa oggi portare qui un progetto che parla di giovani, lavoro e formazione? Sente di dover restituire qualcosa a questa terra?
«Questa terra ha fatto tanta strada. Quando sono partito da Bari per andare a Roma, prima a studiare cinema e poi a lavorare in questo mondo, quella era una scelta obbligata. Ci si sentiva marginali rispetto al mondo del cinema, persino vivendo a Milano. Roma era forse l’unico posto in cui si poteva sperare di entrare nell’ambiente. Oggi non è più così. E la Puglia, in particolare, è uno dei luoghi in cui questo cambiamento è più evidente. Qui si trovano professionalità molto alte. C’è stato un percorso importante, favorito anche da una politica che ha avuto visione. A me piace l’idea di invertire la rotta: portare qui chi lavora nell’industria culturale e cinematografica, invece di aspettare che qualcuno debba partire».
È questo il senso di Fandango Factory e di Fandango Live?
«Fandango Factory è un progetto che si sviluppa durante tutto l’anno e prova a capire in che modo possiamo sostenere chi vuole entrare in questo settore e le realtà che vi si affacciano. Fandango Live – anche se mi sembra un po’ presuntuoso chiamarlo festival – è il momento in cui questa vicinanza diventa concreta. Ci saranno persone che fanno parte di Fandango, altre che lavorano con noi, altre ancora che ci sono vicine da tempo o che speriamo possano esserlo in futuro».
Quando lasciò Bari per andare a Roma, il mondo del cinema le sembrò davvero così lontano?
«Non è stato facile. Ho iniziato a studiare cinema insieme ad altre persone, ma nessuno di noi proveniva da quell’ambiente. Siamo rimasti ai margini, forse anche dopo la scuola. La fortuna è stata frequentare una scuola legata alla Gaumont, che in quegli anni aveva in Italia una figura di enorme intelligenza come Renzo Rossellini. Questo ci ha permesso di avvicinarci ai set, ai film, al lavoro vero. Finita la scuola siamo rimasti insieme e abbiamo mosso i primi passi».
Ha chiamato la sua casa di produzione Fandango, come il film di Kevin Reynolds, che parla di amicizia e passaggi della vita. Col senno di poi, è stata più un’impresa o una grande storia d’amore?
«Quando si riesce a far coincidere la propria passione con il lavoro, tutto finisce per assomigliarsi: un’impresa, una storia d’amore. Fandango esiste dal 1989. Ci sono stati momenti molto difficili e altri straordinariamente felici. Ma, in fondo, questo vale tanto per le aziende quanto per le relazioni».
Parlando del suo percorso, il nome di Paolo Sorrentino torna inevitabilmente.
«Il suo primo film (non prodotto da Fandango, ndr) mostrava chiaramente ciò che accade quando si incontra il talento. Nel cinema la creatività deve convivere con costi elevati e con logiche che appartengono all’industria. Ma bisogna lasciare spazio anche all’intuito. L’uomo in più non fu un successo commerciale. Lo videro in pochissimi. Lo stesso accadde con Ecco fatto, il primo film di Gabriele Muccino. Se ci si fermasse ai numeri, non si darebbe una seconda possibilità a molti registi che poi sono diventati autori di grandissimo successo. Nel caso di Paolo, quel talento era evidente».
C’è chi continua a considerare il cinema un settore che vive di aiuti pubblici. È una lettura che la infastidisce?
«In tutti i Paesi del mondo – forse con l’unica eccezione degli Stati Uniti, che però hanno un’industria globale – il cinema è aiutato da finanziamenti pubblici. Esiste il concetto di eccezione culturale: consideriamo il cinema qualcosa che contribuisce al bene comune. Non condivido la visione del cinema come un parassita che sottrae fondi ad altre attività».
A Lecce ci sarà anche Nanni Moretti, con cui lei ha condiviso molti progetti, famoso per il suo perfezionismo e per il suo carattere forte. Cosa significa lavorare con lui?
«Abbiamo appena ultimato Succederà questa notte, il quinto film insieme, e ritengo un grande privilegio lavorare con Nanni. Il suo perfezionismo esiste, ma porta risultati che mi rendono molto felice».
Nel suo percorso c’è un film che ha difeso con ostinazione e che invece il pubblico non ha capito come avrebbe meritato?
«Diaz è stato probabilmente il film più difficile da finanziare e produrre. Arrivava nel momento giusto, ma non esistevano ancora le sentenze definitive. Non poteva essere sostenuto attraverso i canali tradizionali ed è diventato un grande investimento nostro. Però il pubblico lo ha trovato. Ha avuto visibilità e nei prossimi giorni avrà una nuova appendice: il 15, 16 e 17 giugno tornerà in sala, in vista dell’anniversario dei venticinque anni dei fatti di Genova. È stato un film difficile ma ne sono molto fiero».
E tra quelli che avrebbero meritato più attenzione?
«Uno abbastanza recente è La storia del Frank e della Nina, di Paola Randi, passato a Venezia. È un film che mi piace molto, ricco di invenzioni, ed è stato visto da un pubblico numericamente inferiore a quello che ci aspettavamo. Avrebbe meritato di più».
Ha raccontato più volte di aver sofferto quando alcuni registi con cui aveva lavorato hanno preso altre strade. L’ha vissuta più come una separazione sentimentale o come il momento in cui un figlio lascia casa?
«Rispetto a Paolo Sorrentino, direi più la seconda. Mi è dispiaciuto, perché smettere di lavorare con un regista di quel talento rappresenta inevitabilmente una perdita. Ma ho anche pensato che fosse giusto affrancarsi e proseguire il proprio percorso. Tra produttore e regista esiste una chimica. Quando viene meno, tutto si riduce a un rapporto di convenienza. E allora funziona meno».
C’è qualcuno con cui ha avuto un rapporto conflittuale, ma con cui ha fatto grandi cose?
«Sergio Rubini. Lui ha firmato il primo film della Fandango, La stazione. Ne abbiamo fatti diversi insieme. Ci sono stati momenti difficili, anche conflittuali. Eppure oggi stiamo parlando di un nuovo film da realizzare insieme».
Dopo quasi quarant’anni di cinema, c’è ancora qualcosa che riesce a sorprenderla?
«Ieri mattina ero in uno studio dove Alberto Iglesias stava dirigendo un’orchestra per incidere le musiche del nuovo film di Nanni Moretti. Io ero lì ad ascoltarli e a guardarli lavorare. Durante l’esecuzione dell’orchestra mi scendevano le lacrime. Anche dopo quasi quarant’anni di questo lavoro, ci sono ancora momenti molto emozionanti. Per fortuna.»
