Ventisette persone in carcere e tre agli arresti domiciliari. È l’esito dell’operazione “Core” dei carabinieri del comando provinciale di Lecce, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia del capoluogo salentino, che vede complessivamente 52 indagati. Le accuse a loro carico sono, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, tentato omicidio in concorso, associazione finalizzata al traffico illecito e alla detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, detenzione e porto illegale di armi ed esplosivi, incendio, violenza privata e minacce con l’uso delle armi, tutti reati aggravati dal metodo mafioso.
Partendo da un tentato omicidio avvenuto nel 2022 a Squinzano, i militari hanno disarticolato un gruppo criminale riconducibile alla Sacra corona unita e hanno accertato l’esistenza di una parallela associazione dedita al traffico di cocaina, hashish e marijuana, approvvigionate e distribuite prevalentemente a Squinzano e nei comuni limitrofi, con disponibilità di armi e ricorso a condotte violente funzionali al controllo del territorio.
Nel corso delle indagini, sarebbe stato accertato che almeno in tre occasioni, ci sarebbero stati dei “summit” criminali, svolti all’interno di una masseria diroccata nelle campagne tra Squinzano e Torchiarolo e, in alcuni casi, anche in un’abitazione del centro storico di Lecce, nel corso dei quali sarebbero stati celebrati veri e propri riti di affiliazione mafiosa e impartite direttive in ordine all’approvvigionamento e alla vendita di sostanze stupefacenti, al sostegno economico dei sodali detenuti e alla gestione dei contrasti interni ed esterni attraverso la forza intimidatrice del vincolo associativo.
Il rito di affiliazione prevedeva l’incisione di una croce sulla spalla destra, sul petto o sull’addome dell’affiliando, seguita dal bacio sulle labbra tra i partecipanti al rito, elementi riscontrati anche nel corso delle attività investigative su alcuni degli indagati successivamente arrestati. In altri casi, il rituale veniva ulteriormente rafforzato dal dono di una collanina recante un crocefisso e dalla celebrazione dell’evento con dolci e spumante, particolari che contribuiscono a delineare il carattere simbolico e fortemente identitario dell’affiliazione all’interno del sodalizio mafioso.
Il gruppo, stando a quanto emerso nel corso delle indagini, era «particolarmente prudente nelle proprie mosse». Emblematico, spiegano i militari in una nota, «quanto avvenne nei primi giorni di giugno 2023, in occasione della festa dell’Arma dei Carabinieri organizzata a Lecce: alla vista di un insolito numero di mezzi in circolazione, alcuni appartenenti al sodalizio sospettarono l’imminenza di una retata, si allontanarono dalle proprie abitazioni, salvo poi scoprire nelle ore successive che la presenza dei veicoli era strettamente connessa alle celebrazioni in corso».
Le indagini hanno ricostruito il coinvolgimento del sodalizio in numerosi episodi di violenza armata, tra cui il tentato omicidio commesso la sera del 28 dicembre 2022 a Squinzano ai danni di un pregiudicato del luogo, che si trovava presso un distributore di carburanti in via Lecce in compagnia della convivente e dei tre figli minori. La vittima, colpita a un piede, riuscì a nascondersi dietro la cassa automatica dell’impianto.
L’agguato, ripreso integralmente dall’impianto di videosorveglianza, è stato eseguito, secondo gli inquirenti, con modalità riconducibili ai regolamenti di conti della criminalità organizzata locale, mediante l’utilizzo di un AK-47, arma da guerra ad alto potenziale offensivo.
Nel corso delle attività di riscontro sono stati eseguiti 13 arresti in flagranza di reato per detenzione di stupefacenti e armi e sequestrati circa 3,6 kg di marijuana, 1,5 kg di hashish, 500 grammi di cocaina, un AK-47 utilizzato nel tentato omicidio del 28 dicembre 2022, una pistola Beretta, ulteriori pistole e revolver con matricola abrasa, fucili modificati, parti di armi, numeroso munizionamento di vario calibro e polvere da sparo. Nel gergo del gruppo, le pistole utilizzate venivano chiamate con nomi di donna, come “Giulia”, “Patrizia” e “Gisella”, ulteriore elemento che evidenzia la peculiarità e il carattere ritualizzato del rapporto con le armi all’interno della struttura criminale.