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Vittorio Feltri: «Mi vergognai a sostituire Montanelli. Meloni? Un accordo con Vannacci» – L’INTERVISTA

«Non mi ero mai accorto di essere un uomo». Vittorio Feltri accoglie con una battuta l’invito a raccontarsi oltre il giornalista. Poi spiega: «Ho cominciato molto presto a lavorare, mi sono immedesimato nel mestiere. A un certo punto diventi una sorta di automa che fa le cose, ma non vive: lavora». Dalla povertà dell’infanzia alla prima pagina che gli cambiò la vita, dagli incontri con Oriana Fallaci a quelli con Berlusconi, il direttore editoriale del Giornale attraversa la propria storia con l’ironia di sempre. Parla di Meloni, Vannacci, Di Pietro e della giustizia. Ma quando il discorso arriva alla vecchiaia, cambia il tono: «Ho paura di morire un momento all’altro». E della famiglia dice parole ancora più amare.

Direttore, cosa ha sacrificato in questi anni per il lavoro?

«Non mi è costato un sacrificio. Solo applicazione e desiderio di non fare cattiva figura. È questo che mi ha tenuto in piedi».

Vorrei partire da una prima pagina di tanti anni fa: quella de La Notte con il suo primo pezzo importante, un delitto avvenuto vicino a Natale.

«Mi presentai da Nino Nutrizio per chiedere lavoro. A Bergamo i giornali erano piccoli e non potevano assumere. Nutrizio mi fece una sorta di interrogatorio, poi disse: “Ho la sensazione che lei sia cretino, ma voglio averne la certezza. La assumo in prova per tre mesi”. Mi sentii stroncato. Per fortuna mi venne in aiuto quello che io chiamo, scusate, San Culo. Dopo tre o quattro giorni mi avvertirono che una donna era stata uccisa a coltellate in casa. Corsi sul posto: la polizia non era ancora arrivata. La donna era sotto un tavolo, sanguinante, e accanto c’era una bambina piccolissima con una fettina di panettone in mano. Rimasi straziato. Tornai in redazione, scrissi di getto, chiusi l’articolo in una busta e lo affidai al capotreno perché lo portasse a Milano».

E il giorno dopo?

«Comprai La Notte, andai nella piccola redazione di Bergamo e aprii l’ultima pagina, quella dedicata alla città. Il mio articolo non c’era. Mi sentii già licenziato. Poi voltai il giornale: era in prima pagina, con il titolo “Il delitto di Natale” e la mia firma. Ebbi una sorta di erezione mentale. Poco dopo chiamò la segretaria di Nutrizio: la prova era già finita, ero assunto. Provai una gioia che nella vita non ho più ritrovato. E da allora non ho più smesso di fare il giornalista. Sono ancora qui a rompere le balle».

Prima delle prime pagine, però, c’erano le vetrine dei negozi.

«Avevo cinque o sei anni quando morì mio padre. Eravamo tre fratelli, mia madre dovette lavorare tutta la vita e i soldi erano pochi. Dopo la terza media decisi di lavorare anch’io. Prima feci il fattorino, poi l’apprendista in un negozio d’abbigliamento. Mi interessavano le vetrine, le studiavo. Frequentai un corso serale e diventai vetrinista. Ne allestivo tre o quattro al giorno, guadagnavo molto bene: in un anno riuscii a mettere da parte circa due milioni di lire, che allora erano tanti. E decisi di tornare a studiare».

Da autodidatta.

«Frequentavo la biblioteca di Bergamo. Un sacerdote, monsignor Megli, si incuriosì e decise di seguirmi per un anno. Mi parlava in bergamasco o in latino. Dopo tre mesi parlavo latino anch’io. Studiavo come un pazzo. Alla maturità mi capitò persino una versione di Livio che avevo già tradotto il giorno prima. Anche lì intervenne San Culo. Per chimica e fisica, invece, non avevo aperto libro. Lo confessai alle due professoresse che mi interrogavano. Erano giovani, carine: guardavo spesso le loro gambe. Mi aspettavo di essere rimandato, invece fui promosso. Chiesi perfino un righello al bidello per controllare di non avere letto la riga sbagliata. Quelle due professoresse non le ho più viste e ancora oggi mi tornano in mente: devo loro un ringraziamento».

Tra i grandi incontri della sua vita c’è Oriana Fallaci. Cominciò tutto con un pacchetto di sigarette?

«Eravamo al Corriere della Sera. Quando Oriana arrivava in redazione era una cerimonia: correggeva tutto, persino la punteggiatura, e fumava in continuazione. Un giorno finì le sigarette e venne alla mia scrivania a chiederne. Le regalai un pacchetto di Muratti. Quando poi diventai direttore dell’Europeo, il giornale che l’aveva resa famosa, mi volle conoscere meglio. Al nostro appuntamento mi ricordò subito quel pacchetto. Cominciammo a frequentarci, diventammo amici. Nulla di sessuale. Un giorno si presentò a pranzo con un pacco enorme: dentro c’era una pelliccia di visone da uomo, comprata in America. Ce l’ho ancora. Poi riuscii a convincerla a scrivere per il mio Europeo. E le vendite andarono alle stelle».

All’Europeo, però, non la accolsero a braccia aperte.

«Mi accolsero con due mesi di sciopero. Non mi volevano: non ero di sinistra, non ero comunista. Poi alla fine vinsi io».

Dall’Europeo passò all’Indipendente, proprio negli anni di Mani pulite.

«Era un giornale che non riusciva a vendere. Mi chiamarono per salvarlo. Io conoscevo Di Pietro, eravamo amici: lui aveva cominciato a Bergamo, io venivo da Bergamo. Mi dava molte notizie che gli altri non avevano. L’Indipendente superò le centomila copie. Berlusconi vide quei risultati e volle conoscermi».

Per proporle di sostituire Montanelli al Giornale. Che rapporto aveva con lui?

«Buonissimo, ero diventato suo amico. Mi vergognavo all’idea di sostituirlo, mi seccava il confronto. Però accettai l’offerta di Berlusconi perché mi cambiava la vita. La cifra era così alta che mi vergognavo perfino a dirla».

Berlusconi la lasciava libero?

«Avevamo un rapporto un po’ da zio e nipote. Mi lasciava lavorare e mi riempiva di quattrini. Il giornale andava bene, la pubblicità cresceva, arrivammo a vendere più di 250mila copie. Io, però, sapevo di non essere un fenomeno: avevo capito come cogliere i momenti».

Quale giornalista apprezza di più oggi?

«Aldo Cazzullo. Scrive bene, in modo leggibile, e possiede una cultura che somiglia un po’ alla mia. Ha passione per la storia, sa raccontare. Ed è bravo anche in televisione, cosa che io non saprei fare».

Un altro?

«Mi piace Travaglio, di cui sono amico. Non posso essere d’accordo con lui sul piano ideologico e politico, però è bravo e sa scrivere bene».

Cruciani?

«È un pazzo, basta guardargli le mani, ha duecento anelli. Ma mi è simpatico. Vado spesso a cena con lui perché mi diverte. Ha cominciato all’Indipendente con me, anche se io non me lo ricordavo: di colleghi ne ho visti tanti».

Parenzo? Alla Zanzara vi siete scontrati spesso negli anni.

«Ma è tutto molto teatrale, lo sfotto in maniera bonaria. In fondo mi è simpatico. Secondo me è meno di sinistra di quanto creda lui stesso. Ma lo capisco, la sinistra ha perso la sua ideologia e non è ancora riuscita a inventarsi qualcosa di nuovo».

Guardiamo all’attualità. Recentemente Milano ha vissuto giornate di scontri: il governo Meloni è preparato ad affrontare questa tensione?

«Non credo sia preparato ad affrontare una situazione critica come quella che sembra profilarsi a Milano. È prematuro giudicare: bisogna capire se l’ondata di proteste si esaurirà o se sarà la miccia di altri episodi. Non mi piace quella parte della sinistra che non condanna con fermezza. Protestare è una cosa, vandalizzare gratuitamente un’altra».

Meloni e Vannacci riusciranno a trovare un accordo?

«Vannacci è un tipo strano. Ho comprato il suo libro per curiosità: è scritto in modo piacevole, mi ha divertito. L’ho conosciuto di persona recentemente, a Torino. Ho capito che è intelligente, abile, e che può rompere le scatole soprattutto alla Lega. Meloni è una mia amica, le voglio bene e la stimo. Le ho detto: “Non devi sposare Vannacci, ma non puoi trascurarlo. Dovete trovare una sorta di accordo segreto, camminare in parallelo”. Se Vannacci prende troppi voti, lei ne perde e rischia di non avere la maggioranza. Non so se mi darà retta».

Esistono ancora le ideologie?

«Esiste una para-ideologia, modi di pensare anche un po’ volgari che diventano politica. L’epoca degli ideali è andata a farsi benedire. Una volta c’erano, magari erano fasulli anche allora, ma almeno ci si credeva».

Caso Garlasco: lei è stato fra i primi a sostenere l’innocenza di Alberto Stasi.

«Ne sono convinto dal primo giorno. E penso sia innocente anche Andrea Sempio, sebbene su di lui sia meno sicuro. Per Stasi non ho mai avuto dubbi: era stato assolto due volte, prima della condanna. L’ho incontrato una sola volta, a pranzo, per curiosità. Mi ha ringraziato perché l’avevo difeso fin dall’inizio. È un ragazzo come tanti. Continuo a pensare che dovranno riconoscere l’errore giudiziario, come accadde con Tortora. E anche con lui avevo capito tutto dal giorno zero, non perché io sia un fenomeno: leggo le carte e conosco un po’ l’italiano».

Direttore, oggi c’è qualcosa che le fa paura?

«La malattia. Sono diventato vecchio, sono ancora abbastanza in salute, ma mi rendo conto che la vita non è eterna. Lo sai anche a trent’anni, però non ne hai la percezione. Ora che ho più di ottant’anni me la faccio sotto: ho paura di morire da un momento all’altro».

Come convive con questa paura?

«Con un po’ di angoscia, che cerco di dominare. Sono abituato a controllarmi, ma quella minaccia la sento».

Recentemente è morta sua moglie. Come si riempie quel silenzio?

«Mi sono sposato due volte e sono morte tutte e due. Non posso più sposarmi: non c’è due senza tre… Scherzi a parte, sono malinconico. Ho qualche amico, qualche amica, ci sono ancora degli affetti, per carità».

E i suoi figli?

«Sono figli, non puoi non amarli. Però li sento lontani, diversi da me. Non mi piacciono più come prima».