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Ventimila canzoni per far ordine nel caos, Dario Salvatori: «Oggi la figura del critico musicale è morta» – L’INTERVISTA

Con «Il Salvatori 2026», il suo dizionario della canzone, Dario Salvatori torna a fare quello che gli riesce meglio da sempre: catalogare l’incontenibile. Oltre 20mila canzoni, autori, interpreti, classifiche, storie laterali, aneddoti, traiettorie impreviste. Ma più che un repertorio, il suo è un gesto quasi controcorrente: mettere ordine in un’epoca che vive di rumore, velocità…
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Dario Salvatori

Con «Il Salvatori 2026», il suo dizionario della canzone, Dario Salvatori torna a fare quello che gli riesce meglio da sempre: catalogare l’incontenibile. Oltre 20mila canzoni, autori, interpreti, classifiche, storie laterali, aneddoti, traiettorie impreviste. Ma più che un repertorio, il suo è un gesto quasi controcorrente: mettere ordine in un’epoca che vive di rumore, velocità e memoria cortissima.

E infatti, parlando con lui, il libro finisce presto per diventare un pretesto: per raccontare la critica che non esiste più, il tempo in cui i musicisti temevano le recensioni, gli incontri con Miles Davis, l’amicizia con Ivan Graziani, il carattere schivo di De Gregori e il sospetto che oggi, più che la musica, a vincere sia il meccanismo che la spinge.

Dario, che cos’è «Il Salvatori 2026»?

«Mi sono messo in linea con certi dizionari che esistono nel cinema. L’idea era quella: fare, per la canzone, un libro di consultazione vero. Il primo è uscito nel 2005 e da allora è andato avanti, cambiando editore, forma, dimensione. Oggi ci sono oltre ventimila canzoni, con autori, interpreti, storia, aneddoti, dati, classifiche. È un libro di riferimento molto completo, e soprattutto attraversa canzoni di tutti i tempi e di tutte le nazionalità».

La cosa più difficile è proprio questa: tenere insieme tutto

«Sì, anche perché ormai non puoi più limitarti all’Occidente. C’è tutto l’aspetto asiatico della musica, per esempio, e io ci ho messo parecchia roba. Ogni anno aggiungo le nuove entrate: Sanremo, i tormentoni, quello che arriva dall’Asia, dall’Inghilterra, soprattutto dagli Stati Uniti, ma anche i ritorni dal passato».

In copertina lei mette sempre dei volti che diano il senso del tempo presente. In questa edizione chi ha scelto?

«In copertina convivono icone lontanissime, le gemelle Kessler accanto a Miles Davis, Francesco De Gregori con Tony Dallara. E naturalmente, dentro, per ciascuno c’è una storia.»

Nel libro entra anche il presente più ambiguo, quello dell’intelligenza artificiale e degli artisti che forse non esistono nemmeno

«Sì, perché questa cosa ormai va osservata. C’è, per esempio, il caso di Sienna Rose: un nome che circola, ma dietro cui sembra esserci una costruzione artificiale. È interessante perché lì dentro trovi errori, eccessi, fallimenti, e anche questi fanno parte della storia della musica popolare. In fondo non è neanche una novità assoluta: già prima c’erano personaggi costruiti, figure fittizie, forme di sostituzione. Oggi cambia la tecnologia, ma il meccanismo ha una sua continuità».

Quanto lavoro le costa, ogni anno, aggiornare questo libro?

«Tantissimo. All’inizio mi ci sono voluti due anni di preparazione prima ancora di pubblicarlo. Poi, una volta partito, ogni anno bisogna rimetterci mano, aggiungere, correggere, capire cosa merita davvero di entrare».

Chi è il nome più grande del Salvatori 2026?

«Direi Miles Davis, sicuramente. E poi Brian Wilson. Avevo pensato anche a John Coltrane, ma mi sembrava di insistere troppo sullo stesso territorio»

Lei Miles Davis lo ha conosciuto davvero. Com’era?

«Scorbutico. Una persona complicata, che ti fulminava con lo sguardo. Io l’ho visto per la prima volta a Bologna, nel 1976, e poi ancora nel 1981, in un festival che presentavo io. Era uno che voleva fare tutto a modo suo. Ma era anche affascinante da osservare, proprio per quella sua durezza».

Che cosa le è rimasto più impresso di lui?

«Il fatto che a un certo punto avesse capito perfettamente dove voleva andare con la musica. Voleva James Brown, Santana, Earth, Wind & Fire. Voleva quella direzione lì. E poi aveva questa capacità di trasformare tutto. Pensa a “Time After Time”: la prende e la porta da un’altra parte. Anche fisicamente era un uomo segnato, provato, malato, ma sul palco riusciva ancora a reinventare la materia».

Parliamo del suo mestiere. Oggi che cosa significa essere un critico musicale?

«È una figura che non esiste più. Una volta c’erano le recensioni, ed erano il terrore dei musicisti. La critica aveva un peso. Adesso no. Oggi scrivono tutti, e soprattutto si tende molto più a fare pubblicità che critica. È cambiato tutto il sistema. Restano gli eventi, i grandi concerti, i nomi enormi, ma lì spesso si parla più dell’evento che della musica».

Lei fa anche un ragionamento molto netto sui numeri dei live del presente. Per esempio sul record di pubblico di Ultimo

«Sì, perché bisogna capire anche come si costruiscono certi numeri. C’è un indotto enorme, ci sono dinamiche sociali, familiari, generazionali. Non basta guardare il dato nudo. A me, musicalmente, Ultimo non dice molto: è uno che piange e urla al pianoforte. Però il fenomeno va osservato».

Perché in Italia non riusciamo più a produrre i grandi cantautori come Venditti, De Gregori o Dalla?

«Perché i loro erano momenti, luoghi, contesti irripetibili. Venditti e De Gregori hanno fatto gavetta al Folkstudio, che era un posto fondamentale. C’erano luoghi d’incontro, case discografiche forti, scene vere, una tensione politica e culturale. Oggi questo ecosistema non c’è più nello stesso modo».

Tra De Gregori e Venditti, dietro le quinte, chi era più difficile?

«De Gregori è sempre stato molto per conto suo. Non a caso l’hanno chiamato “il principe”. È sempre stato un po’ snob. Venditti è il contrario, è molto più esposto, più romano, più immediato».

Nel suo rapporto con Francesco De Gregori ci sono stati anche momenti di frizione

«Mi colpì molto vederlo negli anni ’70 con un mio libro nella tasca del montone. Era il primo che avevo scritto. Tempo dopo avrei dovuto intervistarlo ma voleva leggere il pezzo prima che uscisse. Io gli risposi: quando fai un disco, mica chiami me per farmelo approvare prima. Poi col tempo abbiamo fatto pace».

C’è un artista che sente di aver capito davvero, anche sul piano umano?

«Ivan Graziani. Era un vero amico. Avevamo gusti molto vicini, soprattutto sul rock’n’roll bianco americano. L’ho conosciuto quando ancora non era “Ivan Graziani” come lo conoscono tutti, e secondo me ha un repertorio pazzesco, che meriterebbe di essere ricordato molto di più».

In lui che cosa vedeva?

«Un grande chitarrista, una voce particolarissima, una personalità fortissima. Era arrivato un po’ dopo gli altri, ma aveva sostanza vera».

Una domanda da partita infinita: nel duo Mogol-Battisti, chi era il più forte?

«Mogol aveva un’enorme forza perché i suoi testi nascevano davvero dalla sua vita. Dentro le canzoni ci sono i suoi luoghi, i suoi episodi, le sue immagini. Quella scrittura lì veniva da qualcosa di vissuto».

Nel suo dizionario c’è anche Ornella Vanoni

«Aveva uno stile riconoscibile, una voce che si distingueva subito, ma se guardiamo la discografia e il peso dei grandi successi, il confronto con altre figure è complicato. Mina è un’altra cosa. Anche Iva Zanicchi, per dire, ha avuto un altro tipo di percorso sul piano dei risultati».

Di Mina che ricordo ha?

«Il ricordo si intreccia a quello di un collega del Messaggero, Virgilio Crocco, che voleva conoscerla a tutti i costi e poi diventò suo marito. Era un ragazzo bellissimo, molto simpatico. Mina allora ancora si vedeva, si muoveva, lavorava. È un ricordo di quel tempo lì, e insieme anche un ricordo molto doloroso, perché lui poi morì giovanissimo in un incidente a Manhattan».

Qual è stata, in tutti questi anni, l’amicizia musicale che le ha lasciato di più?

«Le amicizie vere ci sono state. Ma poi il tempo fa il suo lavoro. Però sì, alcune persone restano, e restano anche certi incontri che ti fanno capire che la musica non è solo il disco: è carattere, vita, destino».

Qual è la musica a cui torna sempre?

«Se mi faccio una compilation per casa, dentro ci metto sicuramente Nat King Cole, Otis Redding, Celentano, Michael Jackson, Prince. E tra i più recenti Billie Eilish, che trovo formidabile, e Alicia Keys, che è una delle mie preferite. Eilish ha personalità, è riconoscibile. È una di quelle figure che bucano il tempo. Keys è bellissima musicalmente. Ha una presenza, una qualità, una naturalezza rara».

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